Il 22 aprile 1991 circa ottanta minatori scesero nel pozzo Amsicora, nel Guspinese, e non risalirono. Restarono sottoterra 27 giorni. Non chiedevano un aumento: chiedevano che la miniera non chiudesse. Quando l'accordo fu firmato, a metà maggio, tra l'ENI, la Regione e i sindacati, portava scritto l'esatto contrario di quello che volevano: la chiusura definitiva di Montevecchio.
Finiva così una storia cominciata 143 anni prima, nel 1848, quando un re concesse a un imprenditore di Sassari il diritto perpetuo di scavare piombo e zinco in una zona di colline coperte di macchia. In mezzo, un villaggio con ospedale, scuola, cinema e campo da calcio, un palazzo con il pianoforte e il salone azzurro, migliaia di lavoratori. Non una miniera con qualche casa intorno: una piccola città costruita per estrarre metallo.
L'uomo che vide il giacimento: Giovanni Antonio Sanna
Il protagonista è Giovanni Antonio Sanna, nato a Sassari il 29 agosto 1819. Da giovane finì a Marsiglia, dove, secondo la biografia scritta da Paolo Fadda (L'uomo di Montevecchio, 2010), conobbe un sacerdote sardo, Giovanni Antonio Pischedda. Pischedda aveva ottenuto nel 1842 il permesso di scavare nella zona e cercava un socio con il capitale per farlo. Sanna diventò quel socio.
La strada fu lunga. Una concessione provvisoria di quindici anni arrivò nel 1845. Il 28 aprile 1848 re Carlo Alberto firmò la concessione perpetua. Da quel giorno il giacimento era di Sanna, e Sanna cominciò a investire: secondo la sintesi di Fadda, circa 25 milioni di lire, una cifra che è una sola fonte e va presa come ordine di grandezza. Non era la prima volta che qualcuno scavava lì: le fonti locali ricordano concessioni già nel Settecento, a un certo Pietro Nieddu e poi a una società del console svedese Gustavo Mandel. Ma fu Sanna a farne un'industria.
Fu anche un uomo di politica. Fu deputato al Parlamento per tre legislature, dal 1857 al 1865. Nel 1860 comprò il quotidiano torinese Il Diritto, voce dell'opposizione. Nel 1871 fondò a Roma la Banca agricola sarda. Morì a Roma il 9 febbraio 1875, a 55 anni. Il suo nome restò a un filone e a un pozzo della miniera, e alla collezione archeologica che donò a Sassari.
Cosa c'era sotto: piombo, zinco e cinque concessioni
Il giacimento di Montevecchio è un fascio di filoni lungo circa 10 chilometri e profondo circa 600 metri, con spessori dei singoli filoni fra 1,5 e 7,8 metri. Le concessioni furono cinque: Genna Sciria, Piccalinna, Montevecchio I, II e III. I filoni portano i nomi delle miniere: Sant'Antonio, Piccalinna, Sanna, Telle, Casargiu.
Il Parco Geominerario della Sardegna, l'ente regionale che si occupa del sito, riporta produzioni da capogiro: oltre 1.700.000 tonnellate di piombo metallico e circa 1.200.000 di zinco, insieme a argento, rame, bismuto, antimonio, cadmio e germanio. Sono cifre che compaiono su una sola fonte istituzionale, e conviene scriverle con un "secondo il Parco". Danno però l'idea: fino agli anni Sessanta del Novecento Montevecchio è stata fra le miniere di piombo e zinco più importanti d'Europa, dice lo stesso Parco.
Le miniere vicine, Ingurtosu e Gennamari, condividevano lo stesso tipo di giacimento: insieme a Montevecchio, dice il Parco, formano la più ricca concentrazione di minerali di piombo e zinco della Sardegna. Non era un affioramento isolato, ma un intero distretto.
Il minerale non usciva pulito. Veniva scelto a mano, frantumato e lavato in impianti detti laverie: quella intitolata al Principe Tomaso fu inaugurata nel 1877. La galleria Anglosarda, scavata fra 1852 e 1872 per estrarre, fu poi usata per il trasporto. Il pozzo Sartori oltrepassa i 500 metri di profondità. Nel 1903 arrivò dagli Stati Uniti un grande compressore Sullivan, che si può ancora vedere. Sono cose semplici da dire e difficili da immaginare: tutto questo nel cuore di una collina sopra Guspini.
Gennas Serapis: il villaggio che nasce dal filone
Attorno ai pozzi, dal 1856, nasce un insediamento: Gennas Serapis, oggi detto Montevecchio. Le fonti locali lo descrivono come un villaggio completo, pensato perché chi lavorava non dovesse scendere in paese: casa per gli operai, case per gli impiegati e i dirigenti, un ospedale (1874), una scuola, l'ufficio postale, la caserma dei carabinieri, un laboratorio chimico e un ufficio geologico, più tardi un cinema e un campo da calcio. Tutto costruito e gestito dalla società. L'ospedale, scrive una guida di viaggio, era considerato fra le strutture sanitarie più moderne della Sardegna dell'epoca: una sola fonte, ma coerente con il resto del quadro. Un villaggio così non nasceva per generosità: una comunità che ha tutto a portata di mano è anche una comunità che resta vicina al lavoro, e che difficilmente lo lascia.
Quante persone ci vivevano? Qui le fonti non concordano, ed è giusto dirlo. Per il 1865 si parla di 1.100 operai. Per il 1939 di circa 3.000 abitanti a Gennas Serapis. Altre pagine dicono che il borgo arrivò a circa 5.000 persone. Il massimo degli addetti viene collocato nel 1949, con cifre tra 3.500 e 3.750. Il censimento del 2011 ne contava 355. Il conto giusto dipende da cosa si conta: chi lavora in miniera non è chi vive nel villaggio, e i villaggi erano più d'uno.
Il lavoro era duro e cominciava presto. Secondo una cronaca del 2023, gli uomini scendevano in miniera a 14 anni, mentre alle donne, dagli 8, toccava la cernita: separare il buon minerale dal materiale sterile. Una parte della paga arrivava in buoni spendibili solo negli spacci della società. È una descrizione che compare su una sola fonte giornalistica, e la storia sociale di Montevecchio meriterebbe più studi di quanti ne siano facili da trovare online. Ma il quadro, quello di una città in cui la società dava il lavoro, la casa, l'ospedale e il negozio, ricorre in tutte le fonti.
Il palazzo della Direzione: una casa mai abitata da chi la volle
Al centro di Gennas Serapis c'è il Palazzo della Direzione. Lo fece costruire Sanna, in forme classiche e neorinascimentali, per due scopi insieme: ospitare gli uffici della società e servire da residenza della famiglia. Le fonti divergono di poco sulle date: i lavori partono fra il 1869 e il 1870, si fermano, e il palazzo è completato nel 1877 o nel maggio 1878. Un sito riporta il 1886, ma sembra un errore isolato.
Il dettaglio più bello è questo: Sanna non ci abitò mai. Morì nel 1875, prima della fine. I lavori ripresero nel 1877 sotto la guida dell'ingegnere Alberto Castoldi, marito di Zelì Sanna, con un progetto ridotto rispetto a quello originario.
Dentro, il palazzo aveva la divisione di una società in miniatura. Al piano terra gli uffici, dove i minatori ritiravano la paga. Al primo piano l'archivio. Al secondo l'appartamento del direttore generale, con sale da pranzo e da tè, fumoir, camere e un salone azzurro affrescato e decorato di stucchi, con il pianoforte a coda, per le riunioni e i ricevimenti. Nel sottotetto stavano i domestici, con la grande cucina dove ancora oggi pendono dalle pareti le pentole di rame. Accanto c'è una piccola cappella dedicata a Santa Barbara, patrona dei minatori.
Guardando la pianta, si legge la gerarchia: chi lavorava sottoterra, chi pagava, chi comandava, chi serviva. Oggi il palazzo è un museo con arredi d'epoca, e ospita ancora l'archivio storico della miniera, nelle stesse stanze in cui si formò.
L'archivio: la memoria conservata dove è nata
L'archivio è custodito dal Comune di Guspini, con una convenzione del 2002. Contiene i documenti dal 1848 al 1991: studi tecnici e geologici, progetti, mappe, migliaia di disegni di strutture, edifici civili, macchinari e impianti di lavorazione. I disegni più antichi già analizzati risalgono al 1856. Dal 2002 al 2010 è stato riordinato, catalogato e digitalizzato per la parte cartografica, ed è aperto in una sala di consultazione pubblica. Le carte del personale, portate a Iglesias nel 1993, sono tornate nel 2002. Secondo il Comune, è l'unico archivio a conservare la documentazione dei primissimi anni della miniera.
È qui che si può ancora verificare cosa è vero e cosa no. Ad esempio, quanti addetti c'erano davvero a un dato anno, o quanto piombo è uscito. Per ora lo sappiamo dalle sintesi di chi il lavoro l'ha già fatto, e per questo le cifre di questo articolo sono scritte con la fonte accanto.
Dal Novecento alla fine: Montecatini, guerra, crisi
Il Novecento porta grandi cambi di proprietà. La crisi economica del 1929 spinge la società a un accordo con Monteponi; nel 1933 è costretta a cedere la gestione alla Montecatini, gigante dell'industria chimica e mineraria italiana. Negli anni fra il 1939 e il 1945 la produzione tocca il massimo. Nel 1949 si calcola il picco di addetti. Nel 1956 nasce a Funtanazza la colonia estiva per i figli dei minatori. Nel 1971 subentra la Sogersa, e da lì, secondo le fonti locali, comincia un declino progressivo che porta alla chiusura.
Mancano molti tasselli: le fonti online non dicono quanti infortuni ci furono, non danno la storia sindacale, non spiegano bene il legame tra la società, il paese di Guspini e l'Arburese. Sono domande aperte per uno studioso, non per un divulgatore che vuole restare sulle cose provate.
Il pozzo Amsicora e i ventisette giorni
Nel 1991 si arriva alla fine. Il 22 aprile circa 86 lavoratori scendono nel pozzo Amsicora e vi restano. Sono passati 143 anni dalla concessione di Carlo Alberto. La protesta dura 27 giorni, fino al 17 o 18 maggio (le fonti indicano l'una o l'altra data), quando viene firmato l'accordo fra ENI, Regione e sindacati: la miniera chiude, in modo definitivo.
Oggi il pozzo Amsicora è un rudere sul fianco della strada provinciale 66, nel territorio di Arbus. Chi ci passa non trova un monumento, ma un edificio abbandonato: è tutto ciò che resta, in quel punto, di una protesta durata quasi un mese.
Tre cose da smontare
- "Sanna abitava nel palazzo." No: morì nel 1875, prima che fosse finito.
- "Il palazzo è del 1886." Lo scrive un solo sito. Le fonti istituzionali parlano di 1869/70-1877/78.
- "Montevecchio è patrimonio mondiale UNESCO." Impreciso. La miniera fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO alla fine degli anni Novanta come primo geoparco della sua rete. Non è la stessa cosa di un sito del Patrimonio mondiale.
Vedere Montevecchio di persona
Il sito è aperto alle visite guidate, con itinerari a piedi tra i pozzi, le laverie, le officine, le case operaie e il palazzo. Il palazzo e l'archivio sono nella parte alta del villaggio, sulla strada provinciale che sale da Guspini verso Ingurtosu. È un posto dove capire, camminando, che cosa significava fare di una collina un'industria. Se le miniere ti incuriosiscono, comincia da dove tutto è cominciato: leggi come i nuragici estraevano il rame nelle miniere preistoriche di Sardegna, o come i Fenici scelsero l'isola proprio per i suoi metalli in Perché i Fenici scelsero la Sardegna.
Foto di copertina: Maksim, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons



