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Su Nuraxi di Barumini: la fortezza nuragica salvata dalla terra
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Su Nuraxi di Barumini: la fortezza nuragica salvata dalla terra

Sepolta per millenni sotto una collina artificiale, la più grande reggia nuragica è l'unico sito UNESCO della Sardegna.

Fino alla metà del Novecento, per gli abitanti del piccolo centro della Marmilla, quella era semplicemente Bruncu Su Nuraxi: una collina tondeggiante, stranamente ripida, ricoperta di terra fertile e vegetazione spontanea. Un luogo eccellente per pascolare le pecore o per piantare le fave. Nessuno sospettava che sotto quei quindici metri di terriccio e pietrame dormisse la più imponente architettura militare della preistoria sarda.

A intuire l'inganno topografico fu un giovane archeologo nato proprio in quel paese: Giovanni Lilliu. Lavorando sul campo nel 1949, notò che i grossi massi di basalto che affioravano tra i campi coltivati non erano uno scherzo della geologia, ma blocchi sbozzati e disposti con precisione. Sotto la collina non c'era roccia madre, c'era un gigante addormentato. Iniziò così una campagna di scavo che avrebbe cambiato per sempre la storia dell'archeologia mediterranea, restituendo alla luce non una semplice torre, ma un'intera fortezza circondata da un villaggio.

La scoperta: una collina smontata a mano

Quando Giovanni Lilliu diede il via agli scavi sistematici tra il 1950 e il 1957, l'impresa assunse proporzioni titaniche. Non si trattava di ripulire un rudere, ma di smontare un'intera collina artificiale nata dal crollo delle parti superiori dell'edificio e dall'accumulo millenario di sedimenti. Per decine di metri, gli operai scavarono rimuovendo tonnellate di terra, scoprendo via via strati di occupazione sempre più antichi.

Lo scavo di Lilliu fu pionieristico per l'epoca: invece di puntare solo al recupero di oggetti preziosi, documentò metodicamente la stratigrafia, permettendo di ricostruire la cronologia dell'intera civiltà nuragica. Man mano che le pale andavano in profondità, emergeva un quadro sbalorditivo. La struttura non era stata costruita in un'unica soluzione, ma era il risultato di un'evoluzione secolare.

La terra che aveva sepolto l'insediamento ne era stata paradossalmente la salvezza. Sigillando le mura sotto una coltre protettiva, aveva impedito che le pietre venissero prelevate per costruire case e muretti a secco nei secoli successivi, un destino fatale per molti altri monumenti isolani. Quando la torre centrale vide di nuovo il sole, si ergeva ancora per quasi quindici metri di altezza.

Veduta aerea degli scavi di Barumini L'imponenza del complesso archeologico, liberato da migliaia di tonnellate di terra accumulatasi nei millenni.

L'architettura del potere: la torre centrale

Il cuore pulsante di Su Nuraxi, nonché la sua parte più antica, è il mastio centrale. Edificato nel Bronzo Medio, intorno al 1500 a.C., questa torre troncoconica fu costruita con enormi blocchi di basalto nero, cavato dal vicino altopiano della Giara.

I costruttori nuragici non usavano malta. La stabilità dell'edificio si basava interamente sulla gravità e sull'attrito, in una tecnica nota come opera poligonale o ciclopica. I massi più grandi e grezzi venivano posizionati alla base, dove lo spessore murario raggiunge i tre metri, mentre salendo verso l'alto le pietre si facevano via via più piccole e meglio rifinite.

Entrare nella torre centrale significa comprendere la genialità della copertura a tholos (falsa cupola). Le pietre di ogni anello sporgono leggermente verso l'interno rispetto a quelle dell'anello inferiore, sfidando la forza di gravità fino a chiudersi in cima con un'unica pietra di volta. Originariamente, il mastio era alto quasi venti metri e diviso in tre camere sovrapposte. Oggi ne restano due. La camera inferiore è uno spazio circolare perfetto, silenzioso, dove la temperatura rimane costante in ogni stagione.

All'interno delle spesse mura, una stretta scala elicoidale in pietra permetteva di salire ai piani superiori. È un dettaglio ingegneristico che stupisce ancora oggi: creare un vuoto strutturale (la scala) all'interno di un muro portante a secco, senza indebolire la capacità della struttura di reggere migliaia di tonnellate di peso, richiedeva conoscenze architettoniche che nel Mediterraneo occidentale del XV secolo a.C. non avevano eguali.

Il bastione quadrilobato: una fortezza inespugnabile

Circa tre secoli dopo, nel Bronzo Recente (XII-XI secolo a.C.), le esigenze sociali e militari della comunità cambiarono. Forse per la pressione di gruppi rivali, o per la necessità di affermare il proprio dominio sul territorio della Marmilla, il mastio originario fu avvolto da una titanica struttura difensiva: un bastione quadrilobato.

I nuragici costruirono quattro torri angolari, alte originariamente circa 14 metri, unite fra loro da poderose cortine murarie rettilinee. Questo recinto di pietra abbracciava la torre centrale creando un cortile interno stretto e inaccessibile. Ma la vera innovazione ingegneristica risiede nelle feritoie: aperture strombate presenti nelle mura del bastione, perfette per scagliare frecce o dardi contro eventuali assalitori restando al coperto.

Dettaglio del cortile interno e del pozzo Il cortile interno del bastione, che garantiva l'approvvigionamento idrico in caso di assedio grazie al pozzo scavato nella roccia.

Il cortile racchiudeva la risorsa più preziosa in caso di assedio: un profondo pozzo d'acqua sorgiva, scavato direttamente nella roccia vulcanica, profondo oltre venti metri. Avere l'acqua dentro le mura significava poter resistere ad attacchi prolungati senza cedere per sete.

Più tardi, nel Bronzo Finale (XI-IX secolo a.C.), la fortezza subì un ulteriore rinforzo. Le mura esterne vennero letteralmente "fasciate" da un ulteriore anello murario spesso tre metri, che andò a chiudere l'ingresso originario al livello del suolo. L'unico modo per entrare divenne una stretta porticina sopraelevata a circa sette metri d'altezza. Per varcarla bisognava usare scale di legno o corda, facilmente ritraibili in caso di pericolo. Su Nuraxi era diventato un nido d'aquila di basalto, sigillato e impenetrabile.

Il villaggio attorno al gigante

Una fortezza non esiste nel vuoto. Attorno al castello nuragico, protetto da un ulteriore muro di cinta esterno con sette torri minori (l'antemurale), si sviluppava un vasto villaggio che arrivò a contare decine di capanne a pianta circolare.

Camminare oggi nel labirinto di muretti a secco significa attraversare diverse epoche della preistoria. Le capanne più antiche, risalenti all'epoca del bastione, avevano un unico vano circolare con tetto conico in legno e frasche. All'interno di queste abitazioni Lilliu ritrovò macine in trachite, focolari centrali, ossa di animali e frammenti di ceramica che raccontano una vita agricola e pastorale fiorente.

Tra queste strutture spicca la Capanna 80, nota come "Capanna delle Riunioni" o "Curia". Molto più grande delle altre, presenta un sedile in pietra che corre lungo tutto il perimetro interno. Al centro si trova un altare o focolare dove probabilmente si svolgevano riti legati al culto dell'acqua o si prendevano decisioni politiche fondamentali per la comunità. Ritrovamenti di armi in bronzo, statuette e oggetti di pregio in questa zona suggeriscono che il potere, a Su Nuraxi, avesse un forte connotato religioso oltre che militare.

Resti del villaggio nuragico e capanne Le basi in pietra delle capanne circolari del villaggio, la cui densità mostra il grado di complessità sociale raggiunto dalla comunità.

Con il passare dei secoli, durante l'Età del Ferro (IX-VI secolo a.C.), il modello di vita cambiò. Le grandi capanne circolari comunitarie lasciarono il posto a complessi di piccoli vani quadrangolari o irregolari aggregati attorno a cortili centrali, una struttura che gli archeologi chiamano "a isolati". È il segno di un profondo mutamento sociale: dalla grande famiglia patriarcale a nuclei familiari più piccoli e privati, in una società che andava progressivamente disgregandosi.

Il crollo e l'oblio: da castello a collina

Come finisce la storia di Su Nuraxi? Non c'è traccia di un'epica battaglia finale o di un incendio catastrofico che abbia raso al suolo il complesso in un solo giorno. La fine fu lenta, causata dal tempo, dal mutamento delle rotte commerciali e dai cedimenti strutturali.

Tra il VI e il V secolo a.C., con l'arrivo dei Cartaginesi in Sardegna, i centri di potere nuragici dell'interno subirono una forte crisi. Molti insediamenti vennero abbandonati. A Barumini, il bastione smise di essere una fortezza viva e cominciò a cedere. Il peso titanico delle pietre sommitali iniziò a far collassare le tholos.

Quando i Romani conquistarono l'isola nel 238 a.C., gran parte del castello era già in rovina. Eppure, la sacralità o l'utilità del luogo persistette: frammenti di ceramiche puniche e romane testimoniano che piccole comunità continuarono a frequentare e abitare le rovine, seppellendo perfino i loro morti tra le pietre crollate, come dimostrano le tombe a fossa ritrovate da Lilliu nei livelli superiori.

Lentamente, i crolli e il vento trasportarono terra e polvere. La vegetazione fece il resto, allungando le radici tra i massi millenari. Il nuraghe scomparve dalla vista e dalla memoria, trasformandosi nella collina chiamata Bruncu Su Nuraxi. Rimase nell'oscurità per quasi duemila anni.

L'unico patrimonio UNESCO della Sardegna

Nel 1997, l'UNESCO ha iscritto Su Nuraxi nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Fino a oggi, rimane l'unico sito archeologico sardo ad aver ottenuto questo riconoscimento. Ma perché proprio Barumini, quando sull'isola si contano oltre settemila nuraghi?

Il motivo risiede nella sua eccezionale leggibilità. Su Nuraxi rappresenta l'espressione più completa, complessa e meglio conservata del fenomeno nuragico. Lo scavo magistrale di Giovanni Lilliu ha lasciato visibili tutte le fasi costruttive: passeggiando per il sito è possibile leggere chiaramente la stratificazione del tempo, dall'isolata torre del 1500 a.C. fino alle abitazioni di epoca romana, come le pagine di un libro aperto sulla preistoria del Mediterraneo.

Su Nuraxi non è solo un ammasso di pietre; è la testimonianza tangibile di una civiltà capace di concepire, senza calce e senza ferro, cattedrali militari che sfidavano le leggi della statica.

Oggi, visitare la fortezza richiede un po' di agilità per infilarsi negli stretti passaggi murari creati tremila anni fa, ma ricompensa con un salto in un'era in cui i sovrani della Marmilla controllavano il territorio dall'alto di torri nere, sfidando il cielo con pietre enormi. E tutto questo non sarebbe visibile se, un giorno del 1949, un giovane archeologo non avesse guardato una collina di fave chiedendosi cosa si nascondesse sotto.

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