La mascotte
Ciao, sono Prameddu
Il gigante di pietra che fa da guida a Sardology. Scava, legge, indaga, fotografa — e poi torna a raccontarti cos'ha trovato.
Il nome viene da Monte Prama, la collina del Sinis dove nel 1974 sono riemerse decine di statue di arcieri, guerrieri e pugilatori alte più di due metri: tra le più antiche statue a tutto tondo del Mediterraneo. Prameddu è uno di loro, sveglio dopo tremila anni e molto, molto curioso.
- Materiale
- Arenaria del Sinis
- Altezza
- 2,3 metri
- Rinvenuto
- Cabras, 1974
- Datazione
- IX–VIII secolo a.C.
- Mansione
- Guida di Sardology
La mappa
Otto posti in cui ho già messo il naso
Coordinate vere: la sagoma è disegnata sui capi e i golfi reali dell'isola, scala compresa.
Bragoni e cambali
Calzoni di lino bianco fermati al ginocchio, e sotto i cambali: gambali di pelle cuciti a mano, per attraversare la macchia senza lasciarci le gambe.
La barretina
Berretto di lana rossa che ricade su un lato. È arrivato con i catalani e non è più andato via, come il nome della città.
Le ragas
Gonnellino di orbace, la lana battuta finché non respinge la pioggia. Si porta pieghettato sopra i calzoni: in Barbagia è un capo da uomo.
Tuba e velo del Componidori
Il capocorsa della Sartiglia oristanese: cilindro nero, velo bianco, viso coperto. Il velo Prameddu lo porta, la maschera no — gli coprirebbe gli occhi.
La mastruca
Pelliccia di pecora senza maniche, portata col vello in fuori. La citava Cicerone duemila anni fa e i pastori la usano ancora.
Su collettu
Giubbotto di pelle senza maniche, allacciato sul davanti con stringhe di cuoio. Nella Marmilla va sopra la camicia e non si toglie mai del tutto.
Lo scialle di seta
Seta ricamata a fiori, frange lunghe, piegata a triangolo sulle spalle. Nel Campidano è il capo che dice quanto conta chi lo porta.
La stola di bisso
Bisso marino: il filamento con cui la nacchera si ancora al fondo, filato e tessuto solo a Sant'Antioco. Asciutto è bruno, alla luce diventa oro.
Lo studio
Dove tengo le cose che trovo
Tremila anni sottoterra e poi una stanza tutta mia. Ogni oggetto qui dentro l'ho raccolto da qualche parte sull'isola. Guarda bene: metà roba si muove.
- Modellino di nuragheTorre tronco-conica a secco, senza una goccia di malta. Sull'isola ne restano circa settemila.
- Anfora feniciaVino e olio viaggiavano così, da Tharros verso Cartagine e ritorno.
- Corallo di AlgheroRosso, pescato a settanta metri di profondità. La città se l'è messo nello stemma.
- Pane carasauSfoglia cotta due volte finché non resta niente da far ammuffire: dura mesi, e per questo i pastori se la portavano dietro.
- Bottiglia di mirtoBacche in infusione nell'alcol per quaranta giorni. Poi si aspetta ancora.
- Maschera di mamuthoneLegno scuro e trenta chili di campanacci sulla schiena: a Mamoiada aprono il carnevale così.
- LauneddasTre canne suonate insieme, a fiato continuo: si respira dal naso senza mai staccare. Tremila anni che vanno.
- Tappeto a pibionesPibiones vuol dire acini: sono i nodi in rilievo, tirati su uno per uno sul telaio orizzontale.
- PintaderaStampo nuragico in terracotta. Decorava il pane, forse. Nessuno ne è davvero certo.
- Frammenti di Mont'e PramaI miei. Cinquemila pezzi tirati fuori da un campo arato, e qualcuno non è ancora tornato al suo posto.
Riconoscibile da tre cose: gli occhi a cerchi concentrici, le trecce di pietra e l'abitudine di interrompere una storia a metà per dire «aspetta, c'è un'altra cosa».
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