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L'Altare di Monte d'Accoddi: l'unica ziggurat del Mediterraneo
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L'Altare di Monte d'Accoddi: l'unica ziggurat del Mediterraneo

Molto prima dei nuraghi, i sardi costruirono un'immensa piramide a gradoni. La storia di un santuario unico in Europa.

Guidando lungo la Strada Statale 131, nel tratto che collega Sassari a Porto Torres, il paesaggio pianeggiante della Nurra viene interrotto da una geometria che non dovrebbe trovarsi lì. Non è la sagoma a tronco di cono di un nuraghe, a cui l'occhio in Sardegna è abituato, ma un'immensa piramide a gradoni, preceduta da una rampa monumentale. Sembra un frammento di Mesopotamia caduto per errore nel cuore del Mediterraneo occidentale.

Eppure, l'altare preistorico di Monte d'Accoddi non è uno scherzo del paesaggio, né un'importazione orientale. È il frutto di una civiltà locale complessa, capace di spostare tonnellate di pietra e di ridisegnare la topografia per avvicinarsi al cielo. E, cosa ancora più sconvolgente per le nostre coordinate cronologiche, è antico. Estremamente antico. Quando in Egitto si progettavano le prime piramidi, Monte d'Accoddi esisteva già. Quando i costruttori nuragici edificarono le prime torri di pietra, questo santuario era già un rudere abbandonato e coperto di terra da mille anni.

La sua storia è quella di un enigma archeologico, di una scoperta fortuita e di un cantiere durato secoli, che ha visto intere generazioni di donne e uomini preistorici trasportare blocchi di calcare per innalzare il loro altare verso le nuvole.

La scoperta: un colle artificiale e l'intuizione di Ercole Contu

Fino al 1952, Monte d'Accoddi non era altro che una collina. Il nome stesso, che nei documenti catastali ottocenteschi compare come Monte de Code (monte di pietre), suggeriva la presenza di rocce, ma per gli agricoltori locali era semplicemente un rialzo del terreno, in gran parte coperto da terra, erba e macchia mediterranea. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la sommità piatta della collina era stata persino usata per installare una batteria antiaerea, scavando trincee che danneggiarono i livelli superiori senza che nessuno si accorgesse di cosa ci fosse sotto.

La svolta avvenne nei primi anni '50. Il proprietario del terreno, la famiglia Segni, stava effettuando dei lavori di scasso agricolo quando emersero grossi blocchi squadrati. La notizia arrivò alla Soprintendenza e sul posto fu inviato un giovane archeologo, Ercole Contu. Contu aveva un occhio clinico formidabile. Osservando la regolarità della collina e la disposizione di quelle pietre affioranti, capì immediatamente di non trovarsi di fronte a un villaggio, né a una semplice necropoli.

Nel 1952 iniziarono le prime campagne di scavo sistematiche, che si protrassero fino al 1959. Il lavoro fu immenso: bisognava rimuovere migliaia di metri cubi di terra di riporto e crolli per far emergere la struttura. Man mano che i picconi e le pale degli operai scendevano in profondità, le pareti di roccia cominciarono a delineare una geometria sconcertante. Affiorarono immensi muri di contenimento, inclinati a scarpata, e poi il colpo di scena: una rampa dritta e imponente, lunga oltre 40 metri, che tagliava il pendio per condurre alla sommità.

Contu si rese conto di aver riportato alla luce un unicum. Non esisteva, e non esiste tuttora, nulla di simile in tutto il bacino del Mediterraneo. L'entusiasmo accademico fu enorme, ma le tecniche degli anni '50 non permettevano ancora di leggere tutte le fasi costruttive del monumento. Bisognerà aspettare gli scavi degli anni '70 e '80 per capire che quella che Contu aveva scoperto era solo l'ultima versione del santuario.

La lunga rampa d'accesso di Monte d'Accoddi La rampa d'accesso monumentale, lunga oltre 41 metri, aggiunta nella seconda fase costruttiva del santuario.

Il Tempio Rosso: la prima vita del santuario

Per comprendere Monte d'Accoddi bisogna procedere a ritroso nel tempo, sfogliando gli strati della terra. Negli anni tra il 1979 e il 1989, l'archeologo Santo Tinè condusse nuove e fondamentali indagini, praticando dei saggi in profondità che attraversarono il cuore della struttura. Quello che trovò riscrisse la storia del sito.

Sotto l'imponente piramide a gradoni che vediamo oggi, si nasconde un monumento più antico. Gli archeologi lo chiamano il "Tempio Rosso", edificato intorno al 3200 a.C. (Neolitico Recente) dalle genti della Cultura di Ozieri. Questa prima struttura era una piattaforma troncopiramidale con una base di 27 per 27 metri, alta circa 5,5 metri. Sulla sua sommità sorgeva una cella rettangolare (sacello) di cui sono stati rinvenuti solo frammenti del pavimento e dei muri perimetrali.

Il dettaglio più affascinante di questa prima fase è il colore. L'intera superficie del tempio, pavimenti e pareti del sacello compresi, era intonacata di un rosso intenso, ottenuto utilizzando ocra rossa. Nella preistoria sarda, e mediterranea in generale, l'ocra rossa è il colore del sangue, della vita e della rigenerazione, usatissimo anche nelle tombe rupestri (le domus de janas). Immaginate l'impatto visivo nella piana di Sassari cinquemila anni fa: un cubo rosso sgargiante, alto come un palazzo di due piani, visibile a chilometri di distanza nel verde della macchia.

Questo primo santuario ebbe però una fine tragica. Gli scavi di Tinè hanno rivelato un potente strato di cenere, carbone e resti di intonaco rosso cotto ad altissime temperature. Intorno al 2800 a.C., il Tempio Rosso fu distrutto da un incendio devastante. Fu un incidente o un atto doloso durante un conflitto? I dati archeologici non permettono di dirlo con certezza, ma la reazione della comunità locale fu straordinaria: non abbandonarono il sito, ma decisero di seppellirlo e monumentalizzarlo.

La grande ziggurat: ingegneria e fatica

Sulle ceneri del Tempio Rosso, la successiva Cultura di Abealzu-Filigosa (Eneolitico, 2800-2400 a.C.) compì un'opera di ingegneria ciclopica. Invece di rimuovere le macerie, i costruttori le usarono come nucleo per una struttura immensamente più grande, incapsulando il vecchio santuario dentro un nuovo involucro di pietra, in un processo che gli archeologi definiscono "a cipolla".

Il nuovo altare (quello visibile oggi) divenne una gigantesca ziggurat a gradoni. La base fu allargata fino a misurare 36 per 29 metri. I muri di contenimento esterni furono realizzati con blocchi di calcare locale (marna), alcuni del peso di diverse centinaia di chili, posati a secco e sbozzati grossolanamente. Lo spazio tra la vecchia struttura e i nuovi muri esterni fu riempito con tonnellate di pietrame, terra e resti di offerte sacrificali, creando un basamento massiccio che poteva sopportare un peso enorme. Si calcola che l'altezza originaria della nuova terrazza superasse i 10 metri.

L'elemento più sbalorditivo di questa seconda fase è la rampa d'accesso. Lunga 41,5 metri e larga alla base circa 7 metri, taglia lo spazio antistante salendo con una pendenza costante verso la sommità. Proviamo a visualizzare il cantiere: non c'erano ruote, non c'erano bestie da soma impiegate per il traino di blocchi, non c'erano pulegge. Ogni singola pietra fu cavata con strumenti di osso, pietra e primi rudimenti in rame, trasportata a spalla o su slitte di legno, e posizionata a forza di braccia. Furono necessari decenni di lavoro coordinato, il che dimostra l'esistenza di una società fortemente gerarchizzata, capace di nutrire e dirigere centinaia di lavoratori per un unico scopo religioso.

Dettaglio della muratura esterna a secco in blocchi di calcare La tecnica a secco utilizzata per i muri di contenimento della seconda fase, con grandi blocchi di marna calcarea sbozzati.

Le pietre del rito: menhir, omphalos e altari

Il monumento principale, per quanto imponente, non era isolato. Attorno alla rampa di Monte d'Accoddi si sviluppava un vero e proprio paesaggio sacro, popolato da pietre cariche di significato simbolico, oggi ancora visibili ai lati dell'ingresso.

A sinistra della rampa si erge un menhir colossale. Alto 4,44 metri e pesante oltre cinque tonnellate, è uno dei monoliti più grandi di tutta la Sardegna. Realizzato in calcare, ha una base sbozzata e squadrata che va assottigliandosi verso la cima. La sua funzione era chiaramente segnaletica e simbolica, rappresentando forse la divinità maschile, o fungendo da asse di collegamento tra la terra e il cielo, un guardiano di pietra che accoglieva i pellegrini.

Poco distante dal menhir, giacciono due pietre che lasciano ancora oggi gli studiosi a f f asci n ati e perplessi. La prima è una grande lastra calcarea orizzontale, lunga oltre tre metri, spaccata a metà e segnata da fori passanti sui bordi. Questa pietra è interpretata comunemente come un "altare sacrificale". I fori lungo il perimetro sarebbero serviti per legare le corde con cui immobilizzare gli animali di grossa taglia (bovini, ovini) prima del sacrificio. Il sangue delle vittime colava poi a terra, in un rito di fecondazione della madre terra.

L'oggetto più enigmatico è però il grande Omphalos (termine greco che significa "ombelico del mondo"). Si tratta di un gigantesco blocco sferico, lavorato artificialmente fino a fargli assumere la forma di un uovo schiacciato, del diametro di circa un metro. Un'altra pietra sferica più piccola è stata ritrovata poco distante. Nella simbologia preistorica mediterranea, la forma a uovo è profondamente legata ai concetti di rigenerazione, fertilità e nascita dell'universo. Trovarla alla base di un altare a gradoni suggerisce che Monte d'Accoddi fosse percepito come il centro cosmico della comunità, il punto in cui la vita veniva costantemente rinnovata attraverso i riti.

L'omphalos, la pietra sferica situata ai piedi dell'altare L'omphalos (o pietra a uovo) rinvenuto nei pressi della rampa d'accesso, simbolo legato ai riti di fertilità agraria.

Mesopotamia o Sardegna? L'enigma delle origini

Quando Ercole Contu completò i primi scavi, l'analogia formale con le ziggurat della Mesopotamia (come quella di Ur o di Uruk) era talmente forte da far ipotizzare contatti diretti. Si immaginò che viaggiatori, commercianti o sacerdoti provenienti dall'Oriente avessero raggiunto la Sardegna nel quarto millennio a.C., portando con sé il progetto architettonico.

Oggi, l'archeologia ha abbandonato questa teoria. Le datazioni al radiocarbonio, sempre più precise, e lo studio della cultura materiale (le ceramiche, gli strumenti, gli stili di vita) dimostrano che Monte d'Accoddi è il risultato di uno sviluppo totalmente autoctono. Non c'è un solo frammento di ceramica mesopotamica nel sito. Gli studiosi parlano oggi di "convergenza evolutiva": società umane lontane migliaia di chilometri, trovandosi di fronte alla stessa necessità – creare un luogo elevato per avvicinarsi agli dèi e dominare visivamente la pianura – hanno adottato la stessa soluzione architettonica, la piramide a gradoni.

Ma a cosa serviva esattamente la sommità? Della struttura originaria in cima alla terrazza di fase due è rimasto pochissimo. Tuttavia, gli scavi nei livelli di crollo hanno restituito reperti straordinari, tra cui delle sculture in pietra a forma di corna bovine (le famose "corna di consacrazione", simili a quelle che si troveranno millenni dopo nella Creta minoica). Questo ha fatto ipotizzare che il tempio superiore fosse decorato con queste grandi corna di pietra, a simboleggiare il Dio Toro, compagno della Dea Madre.

Alcuni studiosi, come l'archeoastronomo Eugenio Proverbio e l'archeologo Giuliano Romano, hanno misurato l'orientamento della rampa, scoprendo che l'asse centrale del monumento è allineato con precisione verso punti celesti significativi. La rampa guarda verso sud, e si calcola che nel 3000 a.C. fosse orientata verso il punto in cui sorgevano le stelle della costellazione della Croce del Sud (all'epoca visibile dall'emisfero nord), o forse per tracciare il percorso della luna e del sole durante i solstizi. Il santuario era quindi anche un grande calendario di pietra, essenziale per una comunità agricola che doveva scandire i tempi della semina e del raccolto.

Il declino e il mistero dell'abbandono

Nessun tempio dura per sempre. Intorno al 1800 a.C., con l'inizio dell'Età del Bronzo Antico (Cultura di Bonnanaro), Monte d'Accoddi perse improvvisamente la sua funzione centrale. La società sarda stava cambiando radicalmente: nasceva l'aristocrazia guerriera, l'uso dei metalli si faceva massiccio e le comunità iniziavano a frammentarsi, preludio a quella che sarà, di lì a poco, l'esplosione della Civiltà Nuragica.

La grande ziggurat non fu distrutta violentemente questa volta. Fu semplicemente abbandonata al suo destino. Il culto si spostò altrove, il sacello in cima crollò e la terra, trasportata dal vento e dalle piogge, cominciò a coprire i gradoni. Eppure, il luogo mantenne una sua aura sacra. Anche se non vi si celebravano più i grandi riti collettivi del passato, le genti della Cultura di Bonnanaro usarono i crolli del monumento per seppellire un individuo infantile, quasi a voler affidare il bambino alla protezione dell'antico altare dormiente.

Da quel momento, il silenzio scese sulla piana. Monte d'Accoddi divenne il Monte de Code, una collina erbosa che celava il suo segreto, aspettando per millenni il colpo di piccone che l'avrebbe riportata alla luce.

Come visitare l'altare di Monte d'Accoddi oggi

Oggi il sito di Monte d'Accoddi è uno dei parchi archeologici più affascinanti della Sardegna, gestito con cura e aperto al pubblico tutto l'anno. Si trova a breve distanza dalla Strada Statale 131, al chilometro 222 in direzione Porto Torres.

Il momento migliore per la visita è senza dubbio il tardo pomeriggio, specialmente in primavera o in autunno. Con la luce radente del tramonto, le ombre accentuano i dislivelli dei blocchi calcarei e la sagoma della piramide si staglia nettamente contro il cielo, restituendo in parte la soggezione che doveva incutere ai pellegrini del 3000 a.C. Camminare lungo i 40 metri della rampa d'accesso, fino a raggiungere la sommità spazzata dal maestrale, è un'esperienza fisica prima ancora che culturale: i propri passi ripercorrono esattamente le orme di donne e uomini che, cinquemila anni fa, tentarono di costruire una scala per il cielo.

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