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Tharros: la città sommersa dove riposano quattro civiltà
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Tharros: la città sommersa dove riposano quattro civiltà

Sulla penisola del Sinis, mezza città è sott'acqua. Fenici, Punici e Romani hanno costruito i loro imperi sopra le rovine dei nuraghi.

Se ti affacci dalla torre spagnola di San Giovanni di Sinis in una giornata di maestrale, capisci subito perché la storia della Sardegna è passata da qui. A ovest, il "mare vivo" si infrange con violenza sulle scogliere di basalto, sollevando muri di schiuma bianca. A est, il "mare morto" del Golfo di Oristano è una tavola azzurra e immobile, protetta dalla stretta lingua di terra. In mezzo a questa dicotomia geografica riposano le rovine di Tharros.

Ma quello che vedi passeggiando oggi tra i resti lambiti dalle onde è solo una frazione della verità. Un'altra fetta della città giace nascosta sotto il fondale marino, inghiottita da un lento e inesorabile bradisismo che ha ridisegnato la linea di costa. In un singolo metro quadro di questo promontorio, gli archeologi hanno letto il riassunto di tremila anni di storia del Mediterraneo. Prima un insediamento nuragico, poi l'approdo fenicio, la militarizzazione punica, il lusso ingegneristico romano, fino all'abbandono medievale. Tharros non è mai morta all'improvviso sotto un vulcano o per una singola battaglia: è stata lentamente smontata, pietra su pietra, per costruire un altro mondo.

La penisola del Sinis e le radici nuragiche

La scelta del luogo non fu casuale. La penisola del Sinis si protende nel Mar di Sardegna come un dito uncinato, terminando con l'aspra scogliera di Capo San Marco. Questo lembo di terra offriva un approdo naturale, riparato dai venti dominanti, essenziale per le antiche rotte di cabotaggio che univano il Nord Africa, le isole Baleari e la penisola iberica.

Ma quando i primi marinai levantini misero piede sulla sabbia del Sinis, intorno all'VIII secolo a.C., il promontorio non era deserto. Sulla collina di Su Muru Mannu, il punto più alto e strategico dell'istmo, sorgeva già un importante villaggio nuragico. Le genti della Sardegna dell'Età del Bronzo avevano eretto capanne circolari a base di pietra, dominando visivamente l'intero golfo. Gli scavi archeologici condotti negli anni '50 da Gennaro Pesce e successivamente da Enrico Acquaro hanno rivelato i resti inconfondibili di questo insediamento indigeno.

La transizione non fu immediata né, a quanto pare, violenta fin dal principio. I reperti mostrano una fase di convivenza o quantomeno di scambi commerciali: tra le ceramiche d'impasto nuragiche sono spuntati frammenti di coppe di produzione euboica e corinzia, portate qui dalle stive delle navi fenicie. Tuttavia, quando Cartagine prese il controllo definitivo dell'isola intorno alla fine del VI secolo a.C., la convivenza finì. I Punici rasero al suolo il villaggio nuragico e ne riutilizzarono i blocchi di basalto per costruire le fondamenta dei loro edifici e le possenti mura difensive, cancellando l'orizzonte indigeno per fare spazio a una nuova capitale marittima.

Vista aerea delle rovine di Tharros sul mare azzurro L'istmo di Tharros: a sinistra il Mare Vivo, a destra le acque calme del Golfo.

I signori del mare: l'arrivo dei Fenici e la fortezza punica

La Tharros fenicia (VIII-VI secolo a.C.) era un emporio, uno scalo commerciale dove si barattava il metallo sardo con merci esotiche. Non era ancora la città monumentale di cui oggi vediamo i resti. I Fenici vivevano a stretto contatto con l'acqua, edificando strutture leggere e portuali di cui ci restano labili tracce sommerse e ricchissimi corredi funerari. Nelle necropoli a inumazione e incinerazione trovate a nord dell'abitato, gli archeologi hanno dissotterrato scarabei egittizzanti in steatite, gioielli in pasta vitrea e monili d'oro di squisita fattura, a testimonianza di una società mercantile incredibilmente prospera.

Tutto cambiò con l'arrivo dei Cartaginesi. Dopo la spedizione militare del generale Malco (540 a.C. circa), la Sardegna divenne il granaio di Cartagine e Tharros assunse il ruolo di roccaforte armata. Per proteggere la città da attacchi via terra provenienti dall'entroterra sardo, i Punici realizzarono un'opera di ingegneria militare ciclopica: il fossato difensivo di Su Muru Mannu.

Scavato direttamente nella viva roccia basaltica, il fossato raggiungeva una larghezza di 15 metri e una profondità in alcuni punti superiore ai 10 metri. Subito dietro, si innalzava un muro a secco spesso fino a cinque metri, costruito incastrando enormi blocchi poligonali, alcuni dei quali chiaramente sottratti alle vecchie torri nuragiche smantellate. La città punica divenne impenetrabile. All'interno delle mura, l'abitato si strutturò in blocchi regolari, con case a corte e cisterne "a bagnarola", intonacate in cocciopesto per raccogliere ogni singola goccia di pioggia in un territorio poverissimo di sorgenti d'acqua dolce.

Il mistero decifrato del Tophet

Poche aree di Tharros hanno generato tanto dibattito accademico quanto il Tophet, situato nell'area nord-occidentale del sito. Scoperto negli anni '50 e scavato sistematicamente dall'équipe di Sabatino Moscati, si tratta di un santuario a cielo aperto tipico degli insediamenti fenicio-punici del Mediterraneo centrale.

Camminando oggi nell'area, si notano centinaia di stele in arenaria (la maggior parte sono copie fedeli, gli originali sono al sicuro nei musei) piantate nel terreno, decorate con il simbolo di Tanit, divinità femminile della fertilità, e falci di luna. Sotto queste stele, per secoli sono state depositate migliaia di urne fittili contenenti le ceneri di bambini appena nati, o addirittura feti, accompagnati spesso dai resti cremati di capretti e agnelli.

Per decenni, complice la letteratura classica greca e romana (profondamente ostile a Cartagine), si è creduto che il Tophet fosse il macabro teatro di sacrifici umani infantili, offerti per placare l'ira del dio Baal Hammon. Oggi, l'antropologia fisica e l'osteologia hanno ribaltato questa narrazione. L'analisi dei dentini e delle minuscole ossa incombuste ha dimostrato che la stragrande maggioranza di questi bambini moriva di morte naturale prima o durante il parto. Il Tophet non era un mattatoio, ma un cimitero speciale, un'area sacra dedicata ai membri più fragili della comunità che, non avendo ancora superato i riti di iniziazione dell'infanzia, non potevano essere sepolti nella necropoli degli adulti. Era un luogo di lutto e di speranza per una futura fertilità, affidata alla dea Tanit.

Stele del Tophet con il simbolo di Tanit Le copie delle stele puniche nel sito originale. Le arene del Tophet conservavano oltre 3.000 urne cinerarie.

L'impronta di Roma: basalto, terme e acquedotti

Nel 238 a.C., approfittando della debolezza di Cartagine dopo la Prima Guerra Punica, Roma si prese la Sardegna. Tharros passò di mano senza segni evidenti di assedi devastanti, ma subì un rinnovamento urbanistico radicale che le conferì l'aspetto monumentale che ammiriamo oggi in superficie.

I Romani fecero quello che sapevano fare meglio: pavimentare e canalizzare. L'intero asse viario fu coperto con enormi basoli di roccia vulcanica nera, accuratamente tagliati e accostati. Ancora oggi, camminando sul Cardo Massimo, è possibile vedere i profondi solchi longitudinali scavati dal passaggio incessante delle ruote dei carri nel corso dei secoli. Sotto queste strade, gli ingegneri romani realizzarono un complesso sistema fognario a cloaca, coperto da lastre forate per il deflusso delle acque piovane, che scaricava direttamente in mare, ripulendo la città.

Il problema cronico di Tharros era sempre stato l'approvvigionamento idrico. Roma risolse la questione costruendo un acquedotto lungo quasi tre chilometri, che incanalava l'acqua dalle sorgenti a nord fino al Castellum Aquae, un enorme serbatoio di distribuzione situato nel cuore della città.

Questa abbondanza d'acqua permise l'edificazione di ben tre impianti termali. Il più imponente è quello del "Convento Vecchio" (chiamato così per una leggenda locale moderna). Qui si può ancora leggere perfettamente la sequenza degli ambienti termali: gli spogliatoi (apodyterium), le vasche fredde (frigidarium), e le stanze calde (tepidarium e caldarium), i cui pavimenti erano sospesi su pilastrini di mattoni (suspensurae) per permettere all'aria bollente, generata dalle fornaci, di circolare sotto i piedi dei cittadini.

E le due famose colonne doriche che svettano in ogni cartolina di Tharros? È bene chiarire una cosa: non le hanno erette i Romani in quella precisa posizione. Sono due fusti antichi che furono rialzati negli anni '50 dagli scavatori moderni, un po' per ragioni estetiche, un po' per restituire verticalità a un sito che sembrava schiacciato a terra. Sono vere, ma la loro posizione attuale è un "falso storico" monumentale.

Strada romana in basolato a Tharros con fognatura I lastroni in basalto della viabilità romana. Al centro, la canaletta di scolo per la fognatura.

L'acqua sale, la città muore: il mistero del porto sommerso

Torniamo sul mare. Perché mezza Tharros è sott'acqua? La risposta risiede in un fenomeno geologico noto come bradisismo positivo, un lento sprofondamento della crosta terrestre, unito al generale innalzamento del livello del Mediterraneo (eustatismo) negli ultimi duemila anni.

L'antica linea di costa punica e romana si trovava decine di metri più al largo dell'attuale bagnasciuga. Nelle giornate in cui il mare è calmo e cristallino, immersioni archeologiche hanno individuato blocchi squadrati, frammenti di moli e strutture portuali a quasi due metri di profondità. Il porto di Tharros, un tempo brulicante di navi onerarie cariche di grano, anfore di vino e garum, oggi è l'habitat di orate e saraghi. Gli studiosi ritengono che parte dell'antico quartiere portuale sia stato letteralmente sommerso e poi distrutto dall'azione meccanica delle onde invernali del Maestrale.

La fine di Tharros, tuttavia, non arrivò dall'acqua, ma da est. Dopo la caduta dell'Impero Romano e la breve parentesi bizantina (di cui resta il bellissimo battistero paleocristiano vicino alle rovine), il Mediterraneo divenne un mare pericoloso. A partire dall'VIII secolo d.C., le incursioni dei pirati saraceni dal Nord Africa si fecero sempre più spietate. La città, pur fortificata, era troppo esposta sulla costa.

Nel 1070 d.C. si prese una decisione drastica. Il vescovo Zaccaria e il giudice di Arborea (il sovrano locale) decisero di trasferire la diocesi e la popolazione nell'entroterra, fondando Aristianis, l'attuale Oristano. Da quel momento, Tharros smise di essere una città e divenne una cava di pietra a cielo aperto. Colonne, capitelli, basoli e blocchi punici furono caricati sui carri e usati per costruire le chiese, le mura e i palazzi di Oristano. "Spolia", li chiamano gli archeologi: il DNA di Tharros vive ancora nelle fondamenta della città moderna.

5 dettagli da cercare camminando tra le rovine

Visitare un sito di queste dimensioni può disorientare. Ecco cinque dettagli da non perdere per dare concretezza a millenni di storia:

  1. I solchi dei carri: Sul Cardo, vicino alle terme, cercate le incisioni profonde nel duro basalto. Non sono difetti della pietra: è l'usura lasciata da secoli di traffico di carri carichi di merci.
  2. Le condotte in piombo: Nei resti del Castellum Aquae e nei pressi delle terme del Convento Vecchio, si notano ancora frammenti dei tubi in piombo (fistulae) usati dai Romani per deviare l'acqua nelle vasche.
  3. Le vasche a "bagnarola": Sparsi nel sito ci sono profondi pozzetti a forma di ovale allungato. Sono le cisterne domestiche puniche. Se vi affacciate (con cautela), vedrete che l'intonaco impermeabile in cocciopesto rosso è ancora lì, intatto dopo 2500 anni.
  4. Il fonte battesimale: Prima di entrare nel sito archeologico vero e proprio, c'è una chiesa altomedievale. Lì vicino si trova un grande fonte battesimale esagonale, scavato direttamente in un singolo, immenso blocco di roccia. Segna la transizione tra la fine dell'antichità e l'era cristiana.
  5. La differenza dei mattoni: Osservate le Terme. Vedrete grandi blocchi di basalto nero mischiati a fasce di mattoni rossi in laterizio. Questo stile ibrido ("opus mixtum") è la firma inconfondibile dei costruttori romani in Sardegna.

Vista delle colonne rialzate di Tharros Le due iconiche colonne svettano sul promontorio. Furono riposizionate negli anni '50 dagli archeologi.

Visitare Tharros oggi

L'area archeologica di Tharros si trova nel comune di Cabras. L'accesso al sito è a pagamento e il biglietto spesso include la visita al Museo Civico Giovanni Marongiu di Cabras, nel centro abitato. È un passaggio obbligato: è lì, e non tra le rovine, che sono conservati i tesori materiali. Dalle urne del Tophet, ai raffinati gioielli punici in oro, fino ai famosissimi Giganti di Mont'e Prama (provenienti da un sito vicino).

Non ci sono zone d'ombra nell'area scavi: in estate, le temperature sui basoli neri superano facilmente i 40 gradi. La mattina presto, con l'aria frizzante e il sole che si alza dal mare del golfo illuminando il giallo dell'arenaria, è l'unico momento in cui potrete ascoltare in silenzio la voce di questa città immortale.

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