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La vita quotidiana a Su Nuraxi: case, cortili e forni del villaggio
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La vita quotidiana a Su Nuraxi: case, cortili e forni del villaggio

Dalle vertigini della fortezza isolata alle fatiche del villaggio orizzontale. Come si viveva davvero nel più iconico sito nuragico della Sardegna.

L'area archeologica incastonata nel dolce paesaggio collinare della Marmilla rappresenta il paradigma assoluto per comprendere l'essenza stessa, complessa e stratificata, della civiltà nuragica[cite: 2]. Scoperto e indagato con straordinaria tenacia scientifica a partire dagli anni '40 e '50 dal professor Giovanni Lilliu, unanimemente considerato a livello internazionale come il padre della moderna archeologia sarda, questo insediamento monumentale si estende oggi su una formidabile superficie di circa 20.000 metri quadrati[cite: 2]. Riconosciuto dall'UNESCO come patrimonio mondiale dell'umanità nel 1997, il sito non è un semplice assembramento di rovine inerti, ma un palinsesto monumentale vivissimo[cite: 2].

Nelle sue pietre è incisa materialmente la memoria di un arco cronologico incredibilmente vasto, che prende avvio nel Bronzo Medio (intorno al 1500 a.C.), attraversa le burrasche e i crolli dell'Età del Ferro, sopravvive in forme nuove in epoca punico-romana e si spegne lentamente nella tarda antichità, tra il V e il VII secolo d.C.[cite: 2]. Ma per capire davvero "com'era vivere a Su Nuraxi" dobbiamo spogliarci del distacco accademico, scendere dal piedistallo della macro-storia e addentrarci nell'ingegneria domestica. Dobbiamo osservare da vicino le fatiche massacranti della panificazione quotidiana, le mutevoli e spietate dinamiche di potere tribale e le intime ansie quotidiane di una comunità complessa che ha abitato, modificato e sofferto in questo fazzoletto di terra per oltre due millenni[cite: 2].

La morfologia del potere e la sindrome dell'assedio

Per decodificare la routine e l'organizzazione dell'insediamento, è imperativo partire dal suo cuore oscuro e monumentale. Nel corso del Bronzo Medio (intorno al 1500 a.C.), le primissime fasi di vita del sito videro l'erezione autonoma di un mastio, una singola, torre centrale isolata che in origine svettava, solitaria e minacciosa, per ben 17-18 metri di altezza[cite: 2]. Questa imponente struttura presentava una vocazione marcatamente difensiva e di capillare controllo territoriale[cite: 2]. Per la sua costruzione vennero impiegati enormi blocchi sbozzati di basalto, una pietra vulcanica estremamente dura e pesante il cui approvvigionamento proveniva con ogni probabilità dal vicino e aspro altopiano della Giara[cite: 2]. Trasportare a valle e sollevare simili pesi implicava un massiccio sforzo logistico e un'organizzazione del lavoro che presupponevano necessariamente una società già fortemente centralizzata, in grado di mobilitare ampie fette di popolazione[cite: 2].

Il poderoso mastio nascondeva al suo interno due ampie camere sovrapposte che non comunicavano direttamente tra loro in modo agevole, entrambe coperte dalla complessa e iconica volta a tholos (la falsa cupola ottenuta per progressivo aggetto dei filari di pietra)[cite: 2]. Le mura del piano terra erano dotate di nicchie di servizio e feritoie per il controllo ottico, e a mezza altezza era collocato un provvidenziale ballatoio ligneo che espandeva la superficie calpestabile fungendo da soppalco abitativo[cite: 2]. Tra le due enormi camere si apriva inoltre un silos cieco, un profondo magazzino raggiungibile esclusivamente calando una scala di legno o una spessa corda dal pavimento della camera superiore[cite: 2]. Vivere qui dentro significava abitare una dimensione rigidamente verticale e angusta, dominata da una ristretta élite (un capo tribale o monarca locale) la cui sopravvivenza e supremazia dipendevano dall'inaccessibilità assoluta della sua dimora e dal controllo ferreo e diretto sulle scorte di cibo comunitarie[cite: 2].

Tra il 1250 e il 1050 a.C., durante il Bronzo Recente e gli albori del Bronzo Finale, un'ansia collettiva e paralizzante sembrò impadronirsi della comunità, riflettendosi clamorosamente nell'architettura. L'insediamento subì una trasformazione massiccia che si tradusse in un drastico mutamento psicologico per i suoi abitanti: il mastio venne brutalmente inglobato in un possente bastione quadrilobato (composto da quattro enormi torri angolari) e successivamente cinto da un elaborato antemurale difensivo[cite: 2]. Fu l'espressione in pietra di una vera e propria "sindrome dell'assedio", scaturita probabilmente da turbolenze regionali o guerre spietate per il controllo dei pascoli[cite: 2]. In questa fase di paranoia fortificata, l'originario e comodo ingresso al cortile del piano terra (noto come Cortile B) venne drammaticamente murato e accecato per sempre, utilizzando un rifascio di basalto dallo spessore formidabile di ben tre metri[cite: 2].

La vita quotidiana della nobiltà nuragica divenne un logorante esercizio di isolamento estremo. Il nuovo, unico ingresso verso l'esterno fu ricavato nella cortina muraria nord-est, posizionato alla vertiginosa altezza di 7 metri dal piano di campagna circostante[cite: 2]. Per entrare o uscire dalla propria fortezza, gli occupanti dovevano arrampicarsi faticosamente su complesse scale di corda o di legno pesanti, che venivano immediatamente ritirate in caso di minaccia[cite: 2]. Le stesse torri perimetrali, alte originariamente 10 metri, divennero compartimenti stagni senza accessi a terra: isolotti inaccessibili provvisti di feritoie sovrapposte, come quelle visibili in tutta la loro severità nella Torre H (ancora alta 4,60 metri)[cite: 2]. L'urgenza della difesa militare aveva cannibalizzato ogni altra dimensione economica della comunità.

I bastioni in basalto del complesso principale di Su Nuraxi Le imponenti murature in basalto del quadrilobo. L'ansia difensiva portò a bloccare gli ingressi a terra e a rifugiarsi a sette metri d'altezza.

Il crollo e l'invenzione del "villaggio-città"

Il vero punto di svolta urbanistico e sociologico per la gestione della vita quotidiana a Su Nuraxi si verificò intorno al 1000 a.C., in una fase terminale del Bronzo Finale[cite: 2]. I crudi dati stratigrafici e strutturali raccolti in decenni di scavo ci raccontano di un evento traumatico e irreversibile: le altissime parti sommitali del nuraghe, compresi i vertiginosi terrazzi militari sostenuti dalle grandi e imponenti mensole in pietra, subirono una drastica distruzione globale[cite: 2]. Il dibattito accademico è ancora vivo e oscilla: alcuni studiosi puntano su un devastante cedimento strutturale indotto da instabilità geologiche, mentre altri sostengono l'ipotesi di una devastazione bellica intenzionale scatenata da una coalizione nemica[cite: 2]. In entrambe le prospettive, le implicazioni materiali e sociologiche furono dirompenti[cite: 2]. Sulle tetre macerie della vecchia autocrazia verticale, fiorì d'improvviso un urbanesimo orizzontale, denso e pulsante di inaspettata vitalità[cite: 2].

La vita comunitaria si spostò quasi interamente al di fuori del quadrilobo, riversandosi a ridosso dell'antemurale[cite: 2]. Questo sviluppo insediativo rappresenta una cesura antropologica di importanza primaria: l'abbandono delle altissime torri come esclusiva residenza del despota segna materialmente l'affrancamento definitivo della comunità dall'autorità assoluta del singolo capo tribale[cite: 2]. L'autocrazia sprofondò letteralmente su sé stessa, per lasciare il posto all'emergere di un'oligarchia allargata di capi-famiglia che condividevano il potere, lo spazio e i cortili[cite: 2]. L'immenso abitato scavato documenta l'intricata presenza di ben 109 vani abitativi, organizzati fittamente in un labirintico e organico tessuto viario stretto, formanti circa 14 abitazioni distinte che l'archeologia definisce "case a settori" o isolati[cite: 2].

Abitare in una di queste complesse case (come le magnifiche strutture identificate come Capanna 20, Capanna π, Capanna λλ e Capanna zz) significava vivere in veri e propri complessi pluricellulari progettati per famiglie patriarcali estese[cite: 2]. Da otto a dodici piccoli ambienti si disponevano in modo radiale o aggregato attorno a un vitale cortile centrale privato, che veniva minuziosamente acciottolato per favorire lo scolo delle acque piovane[cite: 2]. Ogni minuscola stanza aveva uno scopo inderogabile: magazzini coibentati, aree per il riposo, botteghe artigiane per la metallurgia o semplici cucine[cite: 2].

In questo frangente storico, si assistette anche a un'incredibile diversificazione ingegneristica locale. Abbandonato il faticoso e pesantissimo basalto ciclopico delle origini, i muri delle abitazioni vennero eretti sfuttando un materiale molto più duttile: la marna calcarea[cite: 2]. Innumerevoli e piatte lastrine chiare venivano sovrapposte, abilmente legate e sigillate fra loro da spesse malte di fango crudo e argilla[cite: 2]. E la pura funzionalità si unì presto al gusto estetico ricercato: nella Capanna zz, la parte superiore del muro interno è impreziosita con un'elegante e deliberata fascia decorativa di lastrine disposte a "spina di pesce" (opus spicatum)[cite: 2]. Nella Capanna λλ, invece, le pareti di forma sub-circolare ospitavano pratiche nicchie ricavate nello spessore della muratura, usate per stipare ordinatamente le stoviglie[cite: 2]. Infine, i pesanti e instabili tetti in pietra furono sostituiti da geniali e leggere coperture a falde fatte di tronchi, rami incrociati, frasche e spessi strati argilla pressata, che richiedevano molta manutenzione ma garantivano un isolamento termico eccezionale dal vento pungente invernale e dalla rovente canicola campidanese[cite: 2].

Fuoco, farina e ginocchia logorate: l'economia domestica

La notevole prosperità, la longevità temporale e la costante espansione demografica del villaggio poggiavano interamente su una formidabile ed efficientissima economia domestica[cite: 2]. Il pozzo, collocato sapientemente nei cortili condivisi o in prossimità del grande complesso monumentale, costituiva il fulcro vitale dell'abitato: la quotidiana estrazione e il pesante trasporto dell'acqua scandivano inderogabilmente i ritmi del mattino e della sera dell'intera comunità[cite: 2]. Le canalizzazioni studiate, unite alle vaste pavimentazioni in ciottolato fine, impedivano al villaggio di diventare un malsano pantano fangoso durante i violenti acquazzoni autunnali, convogliando efficacemente le acque nere e grigie verso l'esterno[cite: 2].

Grazie alle meticolose analisi di Lilliu e degli archeologi successivi sui "punti di fuoco", possiamo letteralmente ricostruire e mappare l'intima prossemica della cucina nuragica[cite: 2]. Nella struttura denominata Capanna r, gli studiosi hanno esaminato un focolare a fior di pavimento accuratamente delimitato da un solido cordolo in argilla cruda[cite: 2]. Questa scelta architettonica non era affatto casuale né puramente decorativa: l'argilla circoscritta irradiava e concentrava meglio il calore, facendo risparmiare la legna preziosa che andava raccolta molto lontano, ma soprattutto impediva fisicamente alle scintille rosseggianti di schizzare per aria, scongiurando incendi letali in un abitato fitto dominato da tetti in paglia facilmente infiammabili[cite: 2]. Attorno a questo calore amico, l'unica vera fonte di luce artificiale dopo il tramonto, la famiglia si radunava: era in questo spazio di interazione primaria che si trasmettevano le tecniche artigianali e i miti di fondazione della tribù[cite: 2].

Adiacenti a questi focolari di comunità, e strategicamente posizionati negli spazi dei cortili semi-aperti proprio per facilitare l'evacuazione dei densi e fastidiosi fumi di legna, trovavano posto i massicci forni misti in pietra e argilla concotta[cite: 2]. La dieta agro-pastorale si basava primariamente sui cereali coltivati nelle piane limitrofe, e la loro quotidiana trasformazione richiedeva una mole di lavoro fisico assolutamente sconvolgente. Nella Capanna 172 è stata rinvenuta in sito, miracolosamente intatta, una grande "macina a sella" (una robustissima base di pietra dalla superficie profondamente concava) corredata dal suo indispensabile macinello (un ciottolo duro e oblungo da impugnare a due mani)[cite: 2].

Questo sfiancante atto meccanico, consistente nello sfregare violentemente e per ore il cereale, era un logorio fisico rigidamente demandato alla componente femminile della comunità[cite: 2]. Gli studi di antropologia e paleopatologia sui resti scheletrici delle donne nuragiche sarde restituiscono infatti un quadro clinico desolante e inequivocabile: gravissime e dolorosissime usure articolari sulle ginocchia, sulle anche e sulla bassa colonna lombare, causate direttamente dalle innumerevoli e interminabili ore trascorse inginocchiate in posizione fissa, applicando tutto il peso corporeo sulla mola in pietra dura[cite: 2]. La farina ottenuta con tanto patimento era spesso inquinata da invisibili e microscopiche polveri abrasive di scarto del basalto, che nei decenni consumavano letteralmente lo smalto dentale di chi masticava il prodotto finito[cite: 2]. Quella preziosa farina veniva faticosamente impastata con l'acqua dei pozzi e cotta in densi pani azzimi, sprovvisti di vero lievito, che rappresentavano l'essenziale carburante calorico della popolazione[cite: 2]. Oltre al pane, in quegli stessi cortili operosi nascevano vasi di pregio assoluto foggiati a mano e cotti a fossa aperta, come lo splendido, grande vaso piriforme finemente decorato restituito integro dallo scavo della Capanna 36[cite: 2].

Una macina a sella preistorica con il suo macinello in pietra Una mola in pietra per macinare i cereali. L'uso continuo e logorante di questo strumento causava gravi patologie ossee e usura dentale alle donne del villaggio.

La sfera pubblica: l'assemblea e il totem di pietra

Se le case a settori proteggevano in modo claustrofobico l'intimità parentale, la sfera giurisprudenziale, politica e pubblica del villaggio trovava espressione in uno spazio eccezionale edificato durante la seconda grande fase edilizia: la Capanna 80, universalmente definita nella letteratura scientifica "Capanna delle Riunioni", o "Curia" con un termine mutuato dal mondo classico[cite: 2].

Inglobata e rassicurantemente protetta dall'antemurale a sud-est, questa immensa e imponente struttura a pianta perfettamente circolare vanta un diametro interno considerevole di circa 11,50 metri[cite: 2]. L'elemento che ne svela immediatamente, al primo colpo d'occhio, la funzione politica è lo straordinario e ininterrotto basso sedile-bancone in pietra, che corre lungo l'intera circonferenza interna abbracciando l'ambiente[cite: 2]. La sua complessa disposizione ad anfiteatro ha un significato politico di prim'ordine: costringe infatti i presenti a guardarsi costantemente negli occhi durante le deliberazioni pubbliche[cite: 2]. In questo vasto ambiente, i capi delle potenti famiglie patriarcali o gli anziani venerati discutevano la gestione equa delle preziose risorse idriche, la pianificazione periodica delle transumanze, le fatidiche dichiarazioni di guerra contro tribù rivali limitrofe e la spartizione dei pascoli[cite: 2]. Si abbandonava l'autocrazia imposta dall'alto per una gestione rigorosamente consiliare e orizzontale[cite: 2].

Tuttavia, le antiche gerarchie non erano state spazzate via del tutto, ma solo rimodulate[cite: 2]. Tra i reperti più sorprendenti emersi dallo scavo di questa maestosa sala circolare spicca un eccezionale "seggio-tronetto" interamente scolpito in friabile arenaria, un manufatto considerato un vero unicum in tutto il vasto panorama materiale della civiltà nuragica isolana[cite: 2]. Questa monumentale seduta isolata suggerisce in modo inequivocabile che, all'interno del paritetico consiglio di anziani, vi era comunque una figura di assoluta preminenza materiale: un primus inter pares, un sommo sacerdote o un magistrato supremo che dirigeva materialmente l'assemblea con poteri di mediazione[cite: 2].

Oltre alla politica pragmatica, l'edificio custodiva un'inestricabile e potente valenza sacra e memoriale. Al centro o al suo interno fu deposto uno straordinario "modellino-betilo" di nuraghe interamente scolpito nella dura pietra[cite: 2]. L'implicazione di questo manufatto è formidabile: nel preciso istante storico in cui le opprimenti torri difensive venivano abbandonate e in parte distrutte come sede elitaria fisica, la loro potente forma veniva concettualmente sublimata[cite: 2]. Il nuraghe cessava per sempre di essere il castello del despota e si trasformava in un'icona sacra comunitaria, un intoccabile totem architettonico che incarnava la memoria degli antenati e la fondazione della stirpe, a cui i capi in riunione affidavano la legittimazione spirituale delle loro difficili scelte politiche[cite: 2].

La sfera del sacro e il mistero della Capanna 135

L'intera vita materiale e produttiva degli operosi agricoltori di Barumini era onnipresentemente permeata da un gravoso sentimento del sacro, un timore atavico per l'invisibile[cite: 2]. Momenti cruciali e delicati, come l'avvio del ciclo agrario vitale per scongiurare le carestie, o l'edificazione fisica di un nuovo ambiente abitativo, richiedevano obbligatoriamente un crudo rito sacrificale per placare le cupe forze del sottosuolo e invocare la protezione del cielo[cite: 2]. La testimonianza più cristallina, inquietante e inequivocabile di questi complessi culti domestici emerge dagli scavi della Capanna 135, esplorata strato per strato tra il 1954 e il 1971 con estremo rigore scientifico dal professor Lilliu in persona[cite: 2].

A differenza di gran parte delle strutture del villaggio, la Capanna 135 si distingue in modo clamoroso per la sua inconsueta forma sub-rettangolare e allungata (misura esattamente 5,90 per 2,40 metri), dotata di un'entrata che si spalanca curiosamente sul lato lungo orientale[cite: 2]. Cronologicamente datata in pieno Nuragico I Superiore (ossia in quel secolo cruciale tra il 1000 e il 900 a.C.), nascondeva sotto i battuti del pavimento un segreto formidabile[cite: 2]. È qui che l'archeologia ha intercettato e analizzato i resti di quelli che vengono interpretati come i più antichi riti di fondazione del nuovo abitato orizzontale: un deposito strutturato, magico e intenzionale di vasi in ceramica sacra accuratamente celati e sepolti nella nuda terra[cite: 2].

Questi antichi contenitori non contenevano grano, ma racchiudevano un assortimento macabro e densamente simbolico di ceneri, carboni e resti combusti di ossa animali accuratamente selezionate[cite: 2]. La scelta delle specie immolate era rigidissima e parlava una lingua simbolica antichissima: volatili veloci del cielo, lepri e conigli terragni dalle grandi tane, e incredibili frammenti di imponenti palchi (le corna) di cervo[cite: 2]. Il rito svela un po' della profonda visione magico-animistica di Barumini[cite: 2]. Il fuoco purificava irrimediabilmente il sacrificio (come prova la spessa coltre di cenere e i carboni conservati nel vaso), unendo le creature del cielo e le creature veloci della terra[cite: 2]. Il cervo maestoso, le cui imponenti corna cadono per rinascere ogni anno incredibilmente più forti, rappresentava da millenni in tutto il Mediterraneo preistorico la perfetta incarnazione simbolica del ciclo vegetale di morte e resurrezione[cite: 2]. Si trattava dunque di un disperato, elaborato rito propiziatorio per garantire eternamente la generosità agricola della terra e l'appoggio delle entità misteriose.

Un modellino di nuraghe scolpito in pietra Il celebre modellino in pietra rinvenuto nella Capanna delle Riunioni. Il nuraghe, non più castello, si trasformava in un altare e in un potente simbolo identitario.

Il crepuscolo: dalle tombe romane ai pastori altomedievali

La complessa e fiera traiettoria vitale di Su Nuraxi non si interruppe in maniera traumatica o subitanea con l'inesorabile arrivo delle legioni romane e la sanguinosa conquista dell'isola formalizzata nel 238 a.C.[cite: 2]. L'insediamento monumentale subì invece un lento, lentissimo processo di riadattamento funzionale, che lo svuotò della politica per consegnarlo al regno dell'oltretomba[cite: 2]. Tra il II e il I secolo a.C., in piena epoca romano-repubblicana, l'antico villaggio aveva perso del tutto il suo orgoglioso prestigio decisionale istituzionale, ma la sua eco visiva sulle colline era intatta[cite: 2]. Le nuove comunità sardo-puniche romanizzate, profondamente integrate nell'Impero di Roma, sfruttarono le rovine mastodontiche per l'aldilà: riadattarono abilmente gli antichi ambienti crollati, le nicchie polverose e le massicce cortine murarie diroccate trasformandole in scenografiche tombe privilegiate[cite: 2]. L'incombente e oscura grandiosità delle pietre nere millenarie confermava la spaventosa persistenza di una sacralità atavica e primordiale legata indissolubilmente al luogo, spingendo le genti a farsi seppellire all'ombra del mito[cite: 2].

Il crepuscolo vero e proprio, contrassegnato dallo sgretolamento demografico, si manifestò appieno soltanto nella Tarda Antichità. Tra il V e il VII secolo d.C., la Sardegna cadde sotto il brutale dominio dei Vandali di Cartagine prima, e sotto il macchinoso potere Bizantino poi, una fase turbolenta che ha lasciato incredibili, sparse ma inequivocabili tracce materiali tra queste mura preistoriche[cite: 2]. Nel fango scuro attorno alle strutture sono emerse antiche monete di bronzo coniate sotto i re vandali (tra cui figurano affascinanti pezzi coniati a Cagliari dal ribelle Godas, autoproclamatosi incoscientemente re indipendente dell'isola nel 533 d.C.), raffinata e preziosissima ceramica rossa nordafricana per le mense aristocratiche (la ben nota sigillata africana) e persino ornamenti personali in bronzo, come le grosse fibbie e i peculiari orecchini a poliedro, di chiarissima e indiscutibile matrice germanico-danubiana[cite: 2].

Eppure, a quel punto, il glorioso e un tempo fiorentissimo villaggio orizzontale e l'antica torre del despota erano strutturalmente e funzionalmente ridotti a miseri ricoveri di sfortuna, scoperchiati dai secoli[cite: 2]. I ciclopici ruderi basaltici, freddi e parzialmente collassati, divennero umili stazzi temporanei per difendere nottetempo le greggi dai predatori, bivacchi per pastori transumanti, nascondigli provvisori per schiavi fuggiaschi che si sottraevano disperatamente alla spietata esazione dei tributi fiscali di Costantinopoli, o forse precari presidi per guarnigioni in marcia durante la sanguinosa guerra vandalo-bizantina[cite: 2]. Nel freddo pungente del VII secolo d.C., nell'Età Oscura dell'Europa altomedievale, un ignoto pastore errante, coperto da un mantello in orbace, accese l'ultimo focolare documentato al riparo delle grandi pietre nere poste in opera ventidue secoli prima[cite: 2]. Quell'uomo solitario, che magari raccoglieva in una consunta scodella di sigillata africana il suo modesto pasto, fu a tutti gli effetti l'ultimo e inconsapevole erede materiale di un luogo epico che, nel Bronzo Medio, aveva orgogliosamente dettato la legge e le sorti umane dell'intera Sardegna meridionale[cite: 2].

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