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238 a.C.: come Roma strappò la Sardegna a Cartagine con un ricatto
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238 a.C.: come Roma strappò la Sardegna a Cartagine con un ricatto

Approfittando di una rivolta di mercenari affamati, Roma impose a Cartagine la resa della Sardegna senza combattere una sola battaglia navale.

Nel 241 a.C., sul ponte di legno della nave ammiraglia del console Gaio Lutazio Catulo al largo delle isole Egadi, Cartagine ammise la sconfitta e firmò la pace che metteva fine a ventitré anni di logoramento. Il trattato di Lutazio era impietoso: Cartagine doveva evacuare del tutto la Sicilia e versare a Roma un'indennità colossale di 3.200 talenti euboici d'argento, pari a circa ottantaquattro tonnellate di metallo prezioso, dilazionate in dieci anni. Di Sardegna, in quel foglio di papiro, non si faceva alcuna menzione. L'isola rimaneva a tutti gli effetti un possedimento cartaginese, con i suoi porti commerciali fortificati, i suoi campi di grano nel Campidano e i suoi contingenti di presidio pagati a fatica.

Eppure, appena tre anni dopo, nel 238 a.C., la bandiera consolare sventolava sui moli di Karalis e di Tharros. Roma non dovette ingaggiare una sanguinosa battaglia navale per conquistare la seconda isola del Mediterraneo. Impiegò un'arma molto più moderna e cinica: una spregiudicata manovra diplomatica fondata sulla fame, sull'ammutinamento e sulla minaccia immediata di una nuova guerra totale che la rivale sfinita non poteva sostenere.

Resti delle fortificazioni costiere sul mare della Sardegna L'approdo naturale di Tharros sul golfo di Oristano, snodo strategico del controllo navale nel Mediterraneo occidentale.

Il tradimento dei mercenari: come Cartagine perse il controllo

Per capire come la Sardegna cadde in mano romana, bisogna guardare ai moli di Cartagine subito dopo la resa delle Egadi. L'esercito cartaginese non era formato da cittadini, ma da mercenari reclutati ovunque nel bacino occidentale: libici, iberi, numidi, baleari, liguri e greci. Quando ventimila di questi veterani furono rimpatriati dalla Sicilia in attesa della paga arretrata, le casse dello stato punico erano vuote. Il tentativo del senato cartaginese di contrattare un compenso al ribasso innescò una ribellione violentissima, quella che lo storico Polibio chiama "la guerra inespiabile" per la crudeltà brutale con cui fu combattuta.

La scintilla africana non tardò a raggiungere la Sardegna. Sull'isola stazionava una guarnigione mista di mercenari incaricata di proteggere i centri costieri e presidiare i confini con le tribù indigene dell'interno. Appena giunse la notizia della rivolta in Africa, i soldati di stanza nei forti sardi imitarono i compagni d'oltremare: assassinarono il comandante cartaginese Bostare insieme ai suoi ufficiali e presero possesso delle roccaforti.

La spedizione punica e il massacro di Annone

Cartagine reagì immediatamente inviando sull'isola un nuovo contingente d'élite guidato dal generale Annone. Fu una scelta disastrosa. I soldati sbarcati da Cartagine, anch'essi mercenari frustrati dalle promesse mancate, passarono in blocco dalla parte degli ammutinati, catturarono Annone e lo crocifissero senza indugio davanti alle mura della fortezza. In poche settimane, l'autorità punica sull'isola svanì completamente, lasciando le città costiere in mano a una soldataglia indisciplinata e priva di una visione politica.

I mercenari, tuttavia, avevano fatto male i loro calcoli con la popolazione locale. Convinti di potersi sostituire all'amministrazione cartaginese estorcendo viveri e tributi, sottovalutarono sia le popolazioni sarde dei villaggi interni sia i coloni punici urbanizzati. Gli indigeni sardi si sollevarono in massa contro gli ammutinati con una ferocia inaspettata. Polibio registra che i mercenari, messi alle strette e decimati da attacchi continui, furono costretti a imbarcarsi in fretta e furia e a fuggire verso la penisola italica per salvarsi la vita.

Il ricatto di Roma: 238 a.C., la diplomazia della spada

Rifugiatisi in territorio controllato dai Romani, i capi mercenari chiesero aiuto al Senato di Roma, offrendo su un piatto d'argento il controllo dei presidi sardi abbandonati. In un primo momento, Roma respinse l'offerta per rispetto formale del trattato del 241 a.C., liberando perfino mercanti punici imprigionati e vietando ai propri commercianti di rifornire i ribelli africani. Ma quando, nel 238 a.C., il genio militare di Amilcare Barca riuscì a schiacciare la rivolta in Africa e Cartagine allestì una flotta per riconquistare la Sardegna, a Roma la strategia cambiò radicalmente.

I senatori romani finsero di considerare i preparativi navali punici non come una spedizione di polizia interna, ma come una dichiarazione di guerra rivolta contro Roma stessa. Fu un pretesto costruito a tavolino. Il Senato dichiarò formalmente guerra a Cartagine, mettendo la repubblica rivale di fronte a un ultimatum senza via d'uscita.

"I Romani decretarono la guerra contro Cartagine, sostenendo che i preparativi navali punici non erano destinati alla Sardegna, ma alla loro stessa città."
— Polibio, Storie, I, 88

Cartagine era dissanguata da oltre tre anni di massacri interni, priva di fondi e con una flotta decimata. Non aveva alcuna possibilità materiale di sostenere un nuovo scontro su vasta scala contro le legioni. Il governo cartaginese dovette cedere a condizioni umilianti: rinunciare per sempre a ogni diritto sulla Sardegna e versare a Roma un'indennità suppletiva di ulteriori 1.200 talenti d'argento (circa 31 tonnellate) per compensare le "spese di mobilitazione" romane. Fu un puro atto di forza, una rapina geopolitica che Polibio stesso, pur filo-romano, definisce priva di qualsiasi giustificazione morale o giuridica.

Mappa del Mediterraneo occidentale con rotte commerciali La posizione della Sardegna nel Mediterraneo occidentale spiegava la fretta di Roma nel chiudere il tirreno alle navi nemiche.

Lo sbarco delle legioni e la resistenza sardo-punica

Nel 238 a.C., il console Tiberio Sempronio Gracco salpò verso la Sardegna alla guida della prima flotta di sbarco per prendere possesso dell'isola. Se il Senato romano pensava di fare una passeggiata militare entrando in città disarmate, la realtà del terreno si rivelò uno shock durissimo. Cartagine aveva ceduto le sue carte legali, ma le comunità della Sardegna non avevano alcuna intenzione di accettare i nuovi padroni venuti dal Tevere.

A differenza della Sicilia, dove molte città greche accolsero Roma come liberatrice, la Sardegna ospitava una società sardo-punica profondamente integrata da secoli di matrimoni misti, scambi e culti condivisi. Le popolazioni nuragiche dei territori montani e collinari avevano convissuto per generazioni con gli insediamenti costieri fenicio-punici, conservando tradizioni secolari e un'autonomia che la presenza dell'antica civiltà dei nuraghi rendeva fiera e refrattaria a un dominio rigido.

I Romani sbarcarono nei porti di Karalis (Cagliari) e Tharros trovando una resistenza ostinata appena si allontanarono dalla costa. La pianura del Campidano e le valli del Tirso divennero teatro di una guerriglia logorante. I consoli romani furono costretti a inviare eserciti consolari anno dopo anno:

  • Nel 236 a.C., Publio Cornelio Lentulo dovette combattere duramente per contenere le ribellioni armate;
  • Nel 235 a.C., Tito Manlio Torquato celebrò a Roma il primo trionfo ufficiale sui Sardi ribelli;
  • Nel 233 a.C., Spurio Carvilio Massimo fu costretto a condurre una nuova campagna repressiva;
  • Nel 231 a.C., Marco Pomponio Matone ricorse persino a branchi di cani da caccia per stanare i guerrieri sardi nascosti nelle grotte e nelle foreste del massiccio del Gennargentu.

Per Roma, la conquista non era affatto conclusa: era appena cominciata una guerra carsica durata decenni, che trasformò l'isola in una frontiera militare permanente.

Rovine romane con mura in pietra a blocchi I basolati e le mura romane sovrapposti alle preesistenze puniche, visibili negli scavi delle città costiere sarde.

Ampsicora e la battaglia di Cornus: l'ultimo respiro dell'isola

Il culmine di questa lunga resistenza esplose nel 215 a.C., nel pieno della seconda guerra punica. Annibale Barca stava seminando il terrore nella penisola italica dopo il trionfo schiacciante di Canne. L'intera guarnigione romana in Sardegna era ridotta a ranghi minimi e decimata dalla malaria, mentre le tasse imposte dal pretore Aulo Cornelio Mammula avevano esasperato le aristocrazie locali.

A guidare la riscossa fu Ampsicora, un ricchissimo possidente terriero sardo-punico che godeva di enorme prestigio sia tra i notabili delle città costiere sia tra i capi tribù dell'interno montano, i cosiddetti Sardi Pelliti (vestiti di pelli). Ampsicora stabilì il suo quartiere generale a Cornus, sull'altopiano di Campu 'e Corra, nel territorio dell'odierno comune di Cuglieri. Da lì tesse una rete di alleanze e inviò ambasciatori segreti a Cartagine chiedendo soccorso militare per cacciare i Romani.

Cartagine colse l'occasione e armò una flotta imponente al comando di Asdrubale il Calvo, forte di oltre diecimila fanti e mille cavalieri. Ma una tempesta devastante scaraventò le navi verso le isole Baleari, ritardando l'arrivo dei rinforzi punici di molti mesi preziosi.

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