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Nuraghe Losa: l'architettura perfetta del gigante di basalto
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Nuraghe Losa: l'architettura perfetta del gigante di basalto

Una torre centrale con la cupola ancora intatta e mura spesse metri, a forma di prua di nave. La storia del primo nuraghe esplorato sistematicamente.

Chiunque percorra oggi la superstrada principale della Sardegna non può fare a meno di notarlo. All'improvviso, stagliata contro il cielo limpido o seminascosta dalla foschia mattutina, emerge un'enorme massa di pietra scura. Non ha le forme squadrate dei castelli medievali a cui l'Europa ci ha abituato, ma possiede un profilo bombato, possente, quasi organico, come se la collina stessa avesse deciso di sollevarsi ed ergersi a bastione. È il Nuraghe Losa, uno dei complessi preistorici meglio conservati di tutto il bacino del Mediterraneo.

Questo monumento non è soltanto un ammasso di rocce. È un capolavoro di ingegneria civile dell'Età del Bronzo, un trilobato in cui le logiche della fisica, l'abbondanza del materiale locale e l'esigenza di difendersi si sono fuse in una forma architettonica irripetibile. Mentre in gran parte dell'Europa continentale i villaggi erano composti da capanne in legno e fango destinate a marcire nel giro di poche generazioni, qui le genti nuragiche innalzavano colossi di pietra vulcanica concepiti per sfidare non solo i nemici, ma i millenni. E, a giudicare dalle condizioni in cui ci è arrivato, hanno vinto la scommessa.

L'Altopiano e la Pietra Nera

Per capire davvero questo edificio bisogna prima guardare la terra su cui poggia. Ci troviamo ad Abbasanta, un comune del centro-ovest della Sardegna che dà il nome a un vasto altopiano. L'Altopiano di Abbasanta è una distesa di roccia vulcanica formatasi milioni di anni fa. Sotto un sottile strato di terra fertile, il cuore di questa regione è fatto di basalto, una pietra durissima, scura e pesante.

I costruttori nuragici, intorno al XV secolo a.C., non dovevano andare lontano per trovare il materiale edile. Il basalto era letteralmente sotto i loro piedi. Ma il basalto è anche un materiale ingrato: pesa circa tre tonnellate per metro cubo, scheggiarlo è faticoso e squadrarlo in blocchi perfetti con gli strumenti in bronzo dell'epoca era un'impresa quasi impossibile. Ecco perché le pietre del complesso non sono tagliate come i blocchi di marmo dei templi greci, ma sono sbozzate e incastrate l'una sull'altra con una sapienza empirica sbalorditiva.

Costruire sull'altopiano offriva due vantaggi inestimabili. Il primo era tattico: la visuale era libera per chilometri in ogni direzione, permettendo di avvistare eventuali pericoli o di controllare il passaggio delle merci lungo le antiche vie di transumanza. Il secondo era strutturale: le fondazioni di un peso così colossale poggiano direttamente sul banco di roccia madre, impedendo cedimenti differenziali. Se le mura non sono sprofondate o collassate su sé stesse in trentacinque secoli, il merito è anche di questa solida piattaforma naturale.

L'Architettura: Un Trilobato che Sfida il Tempo

La definizione tecnica del complesso è "nuraghe complesso trilobato". Questo significa che attorno a una torre originaria più antica (il mastio), i costruttori hanno aggiunto, in un secondo momento, un bastione che ingloba altre tre torri minori.

Tuttavia, c'è un dettaglio che rende questo sito unico rispetto agli altri grandi complessi come Su Nuraxi o Arrubiu. Invece di avere una pianta perfettamente simmetrica e circolare, il bastione assume una forma singolare, descritta spesso come la prua di una nave. Due delle torri laterali si allungano e convergono formando uno sperone acuto. Questa forma aerodinamica, in pietra solida, serviva con molta probabilità a deviare eventuali assalti frontali, costringendo gli attaccanti a scivolare lungo i fianchi sotto il tiro incrociato dei difensori affacciati dai camminamenti superiori.

Vista aerea del nuraghe e della cinta muraria La pianta del bastione, con la caratteristica forma appuntita a prua di nave.

Ma è varcando l'ingresso che il monumento rivela il suo vero prodigio tecnico. Alla base, lo spessore murario della torre centrale supera i quattro metri. Non è un muro massiccio fine a sé stesso: questo spessore ospita al suo interno una scala elicoidale in pietra che un tempo portava fino alla terrazza superiore. Le mura sono progettate in modo che la rampa scavi la roccia dall'interno, salendo in senso orario, illuminata da strette feritoie che fanno entrare fili di luce tagliente.

Il cuore pulsante del mastio è la camera del piano terra. Entrando, gli occhi impiegano qualche secondo ad abituarsi alla penombra. Alzando lo sguardo, ci si trova sotto una volta a tholos (falsa cupola) perfettamente integra. Alta quasi sei metri, chiusa in cima da un unico lastrone di pietra, la cupola si regge da più di tremila anni senza una singola goccia di malta. Le pietre sono state posate ad anelli concentrici, aggettanti l'uno sull'altro verso l'interno. Ogni anello controbilancia il peso di quello inferiore e di quello superiore, trasformando una spinta che tenderebbe a far crollare tutto verso il centro in una coesione ferrea che preme verso l'esterno, assorbita dai quattro metri di spessore del muro. È lo stesso principio fisico che mille anni dopo i Romani useranno per l'arco, ma qui è applicato a secco, in tondo, su scala titanica.

Come si Costruiva un Gigante

Guardando blocchi di basalto che pesano due, tre, a volte cinque tonnellate, posizionati a dieci metri di altezza, la domanda sorge spontanea: come facevano? La divulgazione a volte cede al fascino del mistero, ma l'archeologia sperimentale e l'ingegneria ci offrono risposte molto concrete e affascinanti.

Non c'erano gru idrauliche e non c'erano carrucole d'acciaio. Il sollevamento avveniva attraverso imponenti rampe di terra e pietrisco. Man mano che la torre cresceva in altezza, la rampa esterna veniva innalzata. I massi, posati su slitte di legno duro (come la quercia, abbondante nei boschi sardi), venivano trainati verso l'alto usando rulli logici lubrificati con grasso animale, e trainati non solo da buoi, ma da centinaia di braccia umane.

Una volta arrivati in quota, subentrava il problema del posizionamento. Senza l'uso di leganti, la statica del muro a secco si affida esclusivamente a due fattori: la gravità e l'attrito. Ogni masso doveva trovare il suo incastro perfetto. Se i massi fossero stati semplicemente tondi, sarebbero scivolati. I nuragici li sbozzavano a colpi di percussori (grosse pietre sferiche più dure del basalto, usate come martelli) per creare facce piatte e ruvide che aumentassero l'attrito.

Il lavoro di squadra

I calcoli moderni ci dicono che per erigere un monumento del genere non bastava un piccolo clan. Serviva una forza lavoro imponente, organizzata, capace di gestire turni, di nutrire i lavoratori e di mantenere la disciplina. Questo smonta l'idea ottocentesca dei nuragici come pastori isolati. Edificare un complesso del genere richiedeva un'organizzazione gerarchica e centralizzata della società, divisione del lavoro, surplus agricolo per mantenere i carpentieri specializzati e un capo o una classe sacerdotale in grado di dirigere l'intero cantiere per decenni.

Gli Scavi: Da Taramelli ai Giorni Nostri

La storia della comprensione di questo monumento è di per sé un'avventura. Fino alla fine dell'Ottocento, il complesso era una collina di terra e sterpaglie da cui spuntavano appena le pietre più alte. I pastori vi facevano riparare le greggi, incuranti del fatto che calpestassero i tetti intatti di torri trimillenarie.

Il monumento ha il privilegio di essere stato il primo nuraghe della storia sarda ad essere esplorato con criteri sistematici. I primissimi lavori di scavo iniziarono nel 1890 sotto la direzione di Filippo Vivanet, ma fu nel 1915, in piena Prima Guerra Mondiale, che l'archeologo Antonio Taramelli condusse lo scavo decisivo. Taramelli fece liberare le strutture dalla coltre di terra plurisecolare, scoprendo per la prima volta la forma completa del bastione. Gli scavi di quell'epoca, però, avevano un limite: si concentravano sullo sgombero della terra per mettere in luce l'architettura monumentale, perdendo inevitabilmente informazioni stratigrafiche preziose (i piccoli frammenti ceramici, i pollini, le ceneri, che oggi ci dicono cosa mangiassero o quando vivessero gli abitanti).

Reperti archeologici nuragici in bronzo e ceramica I numerosi ritrovamenti restituiscono uno spaccato della vita quotidiana del villaggio.

Per colmare questi vuoti, indagini più moderne e rigorose sono state condotte tra il 1989 e il 2004, guidate dagli archeologi Vincenzo Santoni, Paolo Benito Serra e Ginetto Bacco. Questi scavi, armati di bisturi e datazioni al radiocarbonio, hanno indagato le ceneri intatte all'interno del mastio e i resti del villaggio circostante. Hanno documentato come le torri laterali fossero state utilizzate come vere e proprie cucine e magazzini per le derrate, restituendo macine in pietra, ossa di animali macellati e ceramiche finemente decorate. Hanno dimostrato, soprattutto, che l'occupazione del sito non si è fermata alla fine dell'Età del Bronzo, ma è andata ben oltre.

Il Villaggio e il Muro di Cinta

Un nuraghe complesso non nasceva per stare da solo. Intorno al bastione di basalto si estende infatti un ampio villaggio che copriva quasi tre ettari e mezzo, un vero e proprio capoluogo per gli standard dell'epoca.

Oggi, camminando sul prato, è possibile vedere i basamenti in pietra di decine di capanne circolari. Erano le abitazioni del popolo, coperte un tempo da tetti conici in frasche e fango. Ma l'elemento più impressionante, dopo la torre centrale, è il formidabile antemurale. Si tratta di una cinta muraria gigantesca, costruita in un momento successivo, che abbracciava sia la reggia che le capanne più vicine, dotata di porte strette e ulteriori torrette di avvistamento.

Una storia che non si ferma all'età del bronzo

La grandezza di questo sito sta anche nella sua resilienza. Quando la civiltà nuragica terminò il suo periodo d'oro, il monumento non fu abbandonato. Durante l'epoca punica (V-III secolo a.C.) le vecchie capanne crollate vennero risistemate. In età romana imperiale, la cinta muraria venne riutilizzata e, cosa ancor più interessante, alcune aree vennero destinate a scopo funerario: i Romani scavarono tombe a incinerazione a ridosso dei massi ciclopici, usando urne in terracotta per deporre i loro morti all'ombra del gigante di basalto.

La continuità d'uso è documentata addirittura fino al VII e VIII secolo d.C., in piena età bizantina e altomedievale. Questo ci insegna una lezione fondamentale: le grandi strutture in pietra del passato non sono mai state concepite come "monumenti antichi" dai loro contemporanei o dai successori. Erano risorse, ripari solidi, roccaforti formidabili che ogni generazione successiva riadattava alle proprie esigenze.

Oltre la Fortezza: Il Dibattito sulla Funzione

Da decenni, tra gli archeologi, è acceso un dibattito affascinante che non riguarda solo questo sito, ma l'intera civiltà che lo ha prodotto. Cosa erano davvero queste strutture?

Per il grande archeologo Giovanni Lilliu, padre della moderna archeologia sarda, i nuraghi complessi erano essenzialmente roccaforti militari, "castelli preistorici" da cui i capotribù controllavano i territori e combattevano guerre endemiche per le risorse idriche e il bestiame. Le feritoie, lo spessore delle mura, la forma a prua progettata per deviare gli attacchi, tutto sembra gridare "guerra".

Tuttavia, una corrente di studiosi più recente fa notare delle incongruenze. Durante tutti gli scavi stratigrafici, le armi ritrovate (pugnali in bronzo, punte di lancia) sono percentualmente pochissime. Si trovano invece macine, enormi vasi per lo stoccaggio del grano, forni, fusaiole per la filatura e resti di sacrifici animali. Secondo questi studiosi, il complesso funzionava più come un enorme "silos fortificato", un centro di ammasso e redistribuzione delle risorse agricole, oltre che come tempio centrale per i riti di coesione della comunità. La verità, molto probabilmente, sta nel mezzo: nell'Età del Bronzo la divisione fra fortezza militare, centro di potere politico e granaio non esisteva. Proteggere il raccolto della tribù era l'unico modo per garantirne la sopravvivenza.

Come Visitare il Sito

L'area archeologica si trova nel comune di Abbasanta, in provincia di Oristano, comodamente accessibile dallo svincolo dedicato lungo la strada statale 131 "Carlo Felice" (esattamente al chilometro 124). Il sito è gestito da una cooperativa locale che offre visite guidate approfondite, indispensabili per non perdersi i dettagli ingegneristici della rampa e delle tholos interne.

Le scale interne sono ancora percorribili. Entrare nel buio fresco del mastio in una giornata torrida di agosto, sollevare la mano per sfiorare il basalto posato tremila anni fa e sentire l'aria che filtra dalle feritoie è un'esperienza tattile, ancor prima che culturale. Non è una passeggiata tra vecchie rovine; è un viaggio diretto, fisico e immutato, nell'Età del Bronzo.

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