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S'Arcu 'e is Forros: trenta brocche in una nicchia e un pozzo trovato all'ultimo giorno
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S'Arcu 'e is Forros: trenta brocche in una nicchia e un pozzo trovato all'ultimo giorno

La campagna 2026 nel santuario-officina dell'Ogliastra ha aperto una capanna di sei metri, un deposito murato e un pozzo che nessuno cercava.

Nello spessore di un muro di pietra, su un crinale di montagna dell'Ogliastra, c'era una nicchia. Dentro, una trentina di brocche di ceramica messe in fila, una accanto all'altra, e alla loro base due oggetti di metallo: un corno da bere fuso nel piombo, con il manico di bronzo, e un bottoncino sempre di bronzo. Nessuno le aveva più toccate da quando qualcuno, verso la fine dell'età del Bronzo, aveva deciso di lasciarle lì.

Gli archeologi le hanno trovate fra luglio e settembre del 2026, a S'Arcu 'e is Forros, nel territorio di Villagrande Strisaili. È un villaggio-santuario che si scava dal 1984, e che per il Ministero della Cultura resta il più importante centro metallurgico della Sardegna nuragica. Dopo dieci anni di silenzio il cantiere ha riaperto, e il risultato è stato annunciato il 27 settembre davanti a circa trecento persone salite fin lassù per le Giornate europee del patrimonio.

Cosa è uscito dalla terra fra luglio e settembre

La campagna 2026, diretta dal funzionario archeologo Enrico Dirminti della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, è ripartita da dove lo scavo si era fermato dieci anni prima. Nel 2016 era venuta alla luce una struttura gradonata monumentale, una specie di gradinata affacciata su uno spiazzo pavimentato, indagata però solo per due terzi. Il primo obiettivo del 2026 era finirla, e così è stato.

Accanto alla gradonata, però, è comparso qualcosa che nessuno aveva messo in conto: un edificio circolare di circa sei metri di diametro, con un focolare al centro del vano. È una capanna grande, del tipo che nei villaggi nuragici ospita riunioni e non famiglie, e nel muro aveva ricavata la nicchia con le brocche.

Il resto del bottino sta nella stessa stanza. Il corno di piombo con il manico di bronzo è un oggetto raro, interpretato come corno potorio, cioè da bere. Il bottone di bronzo è minuscolo. Ci sono poi due monete romane, una d'argento e una di bronzo: il sito ha frequentazione fino all'epoca romana, quindi non sorprendono, ma nessuno ha ancora pubblicato a quale strato appartengano, e per questo non vanno legate al deposito della nicchia.

I metalli sono partiti quasi subito per il Centro di restauro di Li Punti, a Sassari, dove la pulitura e le analisi diranno di che lega è fatto il corno e come sono stati uniti piombo e bronzo. Tutto questo è successo davanti al pubblico: la campagna rientrava nel programma "Scavi aperti", promosso dalla cooperativa Archeonova con la Soprintendenza e il Comune di Villagrande Strisaili, che per settimane ha portato visitatori dentro il cantiere mentre si scavava.

Il pozzo comparso all'ultimo giro di pala

La campagna era praticamente chiusa quando gli archeologi hanno cominciato a ripulire l'area davanti all'ingresso della capanna. Sotto la terra è apparsa la bocca di un pozzo nuragico. L'archeologo Matteo Tatti, che su questo scavo lavora dalle campagne del 2016, lo ha raccontato come una sorpresa pura: la struttura è venuta fuori mentre si toglieva il terriccio, e non era nei programmi di nessuno.

Il punto interessante è la posizione. Il pozzo non sta in disparte, sta proprio davanti alla porta della capanna con il focolare: due strutture che si guardano e che quasi certamente funzionavano insieme. Cosa volesse dire quella coppia — acqua e fuoco a pochi metri di distanza, in un settore del villaggio dove si fondeva il metallo — è esattamente la domanda che lo scavo ha lasciato aperta.

Vale la pena fermarsi un attimo sulle parole. Le fonti dicono "pozzo nuragico", non "pozzo sacro": il pozzo sacro nuragico è un tipo architettonico preciso, con la scala coperta e la camera a tholos, come a Santa Cristina, e nessuno ha scritto che questo lo sia. Finché non esce una relazione di scavo, è un pozzo davanti a una porta, ed è già abbastanza.

Un santuario con le fornaci dentro

Per capire il peso di quella nicchia bisogna guardare dove si trova. S'Arcu 'e is Forros è un complesso di templi, case e officine cresciuto su un crinale fra la Barbagia e l'Ogliastra, nel bacino dell'Alto Flumendosa, in un posto dove d'inverno nevica.

Il pezzo forte sono due templi a pianta rettangolare, i cosiddetti megaron, una forma rara in un'isola che costruisce tondo. Il maggiore è lungo 17 metri e largo fra 5,50 e 6,50, con muri spessi fino a un metro e mezzo che stanno ancora in piedi per 2,60 metri di altezza; dentro, una sequenza di quattro vani e un bacino di calcare. Il secondo ha un altare bicolore fatto di basalto e arenaria rossa, con due volti scolpiti, e un focolare decorato da un fregio che raffigura una torre nuragica. Intorno ai templi corre un recinto sacro, il temenos, con le panchine addossate ai muri.

E poi ci sono le officine, addosso ai templi. La scheda di scavo censisce un edificio di otto ambienti interpretato come fonderia, con utensili da fonditore e metallo grezzo: rame, stagno, piombo. Accanto al tempio maggiore ci sono due fornaci circolari per fondere minerali di rame, piombo e ferro. Nel 2010 Maria Ausilia Fadda, l'archeologa che ha scavato il sito dagli anni Ottanta alla fine dei Novanta, ne ha portate alla luce altre quattro, a fossa: si scavava una buca di mezzo metro di diametro, la si rivestiva d'argilla, si alternavano strati di combustibile e minerale e si delimitava il tutto con pietre.

Il metallo, qui, sta dentro il recinto sacro e fa parte del culto. Dal sito provengono lastre di pietra forate, con ancora dentro le colature di piombo che servivano a fissare i bronzetti votivi in piedi davanti al dio. Uno di quei bronzetti, un arciere datato fra il X e il VII secolo a.C., è oggi esposto al Museo archeologico nazionale di Nuoro. Il piombo del corno trovato nel 2026 appartiene alla stessa famiglia di gesti: a S'Arcu 'e is Forros si offriva anche il metallo, e lo si offriva lavorato.

Perché trenta brocche uguali dentro un muro

Le brocche askoidi sono una forma nuragica inconfondibile: pancia asimmetrica che ricorda un otre di pelle, collo stretto, ansa alta. Si trovano nelle case e si trovano nei luoghi di culto, e si pensa che contenessero vino. Gli esemplari meglio datati, come quelli di Sardara, stanno fra il IX e l'VIII secolo a.C.

Sono anche la firma del commercio nuragico fuori dall'isola. Le brocche askoidi compaiono a Cartagine, in Spagna fra Huelva e Cadice, a Creta, spesso insieme alle anfore di tipo Sant'Imbenia: un pacchetto che gli archeologi leggono come il vino sardo esportato con il suo servizio da tavola. Chi lavorava il metallo quassù, in montagna, faceva parte di quel giro.

Una trentina di esemplari messi in fila in una nicchia, però, non è un servizio da tavola e non è un magazzino: è un deposito. Il confronto più vicino è recente ed è stato pubblicato quest'anno, al Nuraghe Barru di Guamaggiore, dove un pozzo pieno di ceramiche rotte apposta, ossa umane e offerte animali è stato sigillato con lastre di calcare, e lungo la scala della torre è stata adagiata una spada votiva di 94 centimetri.

Attenzione però a non incollare un sito sull'altro. A Barru i vasi erano rotti deliberatamente e il contesto era chiuso per sempre; qui le brocche sono descritte come deposte con cura, e dello strato in cui stavano non si sa ancora niente. Offerta sigillata in un solo gesto, oppure attrezzatura rituale riposta in attesa della cerimonia successiva: sono due storie diverse, e per ora sono tutte e due ipotesi.

Chi passava di qui: l'anfora con l'iscrizione

Che questo posto di montagna fosse collegato al mare lo si sapeva da prima. Dal complesso vengono uno scarabeo di tipo egizio e soprattutto un'anfora cananea, cioè un contenitore da trasporto del Mediterraneo orientale, con un'iscrizione incisa sulla spalla dopo la cottura.

A leggerla è stato Giovanni Garbini, filologo semitista e accademico dei Lincei, che vi ha riconosciuto caratteri filistei e fenici e l'ha datata fra il IX e l'VIII secolo a.C. Per lui è il documento più antico lasciato da stranieri del Mediterraneo orientale nell'entroterra sardo: non un oggetto arrivato per caso, ma qualcuno che scriveva, in un villaggio di fonditori in mezzo alle montagne.

Fuori dall'ambito accademico circola da anni una lettura diversa, che vorrebbe quei segni una scrittura nuragica autonoma. È una tesi discussa su blog e forum, non in letteratura scientifica, e nessuno l'ha sostenuta con una pubblicazione. L'iscrizione esiste, la lettura pubblicata è quella di Garbini: il resto, per adesso, è desiderio.

Il quadro, comunque, è quello di un sito che riceve: rame, stagno e piombo da lavorare, anfore dal Levante, modelli dall'Etruria. Il centro metallurgico dell'interno e le miniere preistoriche dell'isola sono due facce dello stesso sistema.

Quello che ancora non sappiamo

Di questa campagna, al momento, esiste solo la comunicazione pubblica di settembre: nessuna relazione di scavo, nessuna analisi di laboratorio, nessuna datazione al radiocarbonio. Vuol dire che il numero delle brocche è un conteggio di cantiere — le fonti dicono circa trenta, e circa va tenuto — e che l'associazione fra gli oggetti della nicchia e la fase di vita della capanna è ancora da dimostrare.

Nemmeno la cronologia generale del sito è ferma. La frequentazione comincia fra il 1500 e il 1400 a.C., su questo le fonti concordano; sulla fine si dividono fra il VI e il V secolo a.C., e la scheda di scavo registra tracce di passaggio fino all'età romana. Nove secoli abbondanti di vita continuata, con in mezzo un incendio che ha distrutto il villaggio e una ricostruzione integrale fra il Bronzo finale e la prima età del Ferro.

C'è poi un limite che riguarda tutto il sito: scavato per quasi quarant'anni, ma con gran parte della documentazione in volumi e atti di convegno mai finiti in rete. Le risposte sul corno di piombo arriveranno da Li Punti, quelle sul pozzo dalla prossima campagna.

Dove si vede di persona

Il complesso sta lungo la strada statale 389 var Nuoro-Lanusei, verso il passo di Correboi, a una decina di chilometri dal centro di Villagrande Strisaili e ai piedi del Gennargentu. È proprietà comunale, tutelato con decreto dal 2010, e le visite le gestisce Archeonova con ingresso a pagamento: il percorso è facile, ma non è adatto a chi si muove in carrozzina.

Una volta lassù, tre cose si riconoscono a colpo d'occhio: la pianta rettangolare dei due templi, fuori standard rispetto a qualsiasi altro monumento nuragico; l'altare a blocchi alternati di basalto scuro e arenaria rossa, con i volti scolpiti; e gli isolati di stanze disposti intorno al cortile pavimentato, dove stavano le botteghe. Il bronzetto dell'arciere, invece, va cercato a Nuoro, nelle vetrine del museo archeologico nazionale.

Foto di copertina: Maurizio Aresu, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

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