Nel maggio del 2026, la pubblicazione di uno studio interdisciplinare sulla rivista scientifica Open Archaeology ha attirato l'attenzione della comunità archeologica internazionale sulle colline della Trexenta. Diretto dalla ricercatrice Silvia Amicone dell'Università di Tubinga (Eberhard Karls Universität Tübingen), insieme a un team di specialisti comprendente V. Tiezzi, M. Broisch-Höhner, K. P. Freund, L. Heinze, L. F. Morandi e C. Pilo, il lavoro di ricerca ha rianalizzato con tecnologie all'avanguardia i reperti emersi dalle campagne di scavo del 2015 e del 2016 al Nuraghe Barru, sul confine fra Guamaggiore e Guasila.
Le notizie circolate inizialmente sui media avevano diffuso un'immagine suggestiva ma inesatta: si parlava di un pozzo rituale sigillato direttamente da una gigantesca spada di bronzo. La realtà emersa dalle analisi archeometriche è decisamente più complessa, affascinante e storicamente significativa. La spada di bronzo non sigillava affatto la cisterna sotterranea, ma giaceva adagiata lungo i gradini della scala interna della torre principale. Il pozzo, invece, era stato chiuso ermeticamente con pesanti lastre di pietra calcarea, dopo che al suo interno era stato depositato un tesoro di ceramiche spezzate ritualmente, resti umani e offerte animali.
Questo ritrovamento rappresenta una pietra miliare per la comprensione della Sardegna protostorica. Dimostra infatti che le grandi fortezze in pietra della civiltà dei nuraghi, edificate nell'Età del Bronzo (tra il 1700 e il 1100 a.C.), non vennero affatto abbandonate o dimenticate durante la transizione verso la prima Età del Ferro (1200–800 a.C.). Al contrario, vennero rifunzionalizzate e trasformate in luoghi di culto, teatri di cerimonie complesse e perni identitari inseriti in una fitta rete di scambi commerciali e culturali estesa su tutta l'isola.
Il mito da correggere: cosa è stato trovato davvero nel Nuraghe Barru
Quando si tratta di archeologia sarda, il confine tra racconto popolare e dato scientifico tende talvolta a sfumare. All'indomani delle prime notizie sul ritrovamento, si era diffusa la voce secondo cui gli archeologi avessero estratto una spada da un pozzo nuragico utilizzata come un vero e proprio "tappo" di bronzo. La pubblicazione dello studio di Amicone e colleghi (2026, DOI: 10.1515/opar-2025-0078) ha finalmente messo ordine, restituendo la rigorosa cronaca dello scavo e l'esatta collocazione di ogni singolo reperto.
Il Nuraghe Barru è un impressionante monumento a più torri — una torre centrale ellittica unita da cortine murarie a due torri laterali a base circolare, costruite con blocchi squadrati di calcare marnoso — circondato dai resti di un vasto villaggio di capanne a pianta circolare. Durante gli scavi diretti dagli archeologi C. Pilo e A. Usai, l'attenzione dei ricercatori si è concentrata sulla base di una delle torri del monumento, dove si celavano due ambienti contigui ma distinti, entrambi teatro di gesti sacri compiuti circa tremila anni fa.
Il primo ambiente è una cisterna-pozzo alla base della struttura. Il secondo è il vano scala che, attraverso una gradinata in pietra incassata nello spessore della muratura, conduceva ai piani superiori della torre nuragica. Gli antichi abitanti della Trexenta non hanno gettato la spada nel pozzo: hanno articolato una complessa cerimonia in due atti distinti, intervenendo prima sulla cisterna idrica e successivamente sulla via di accesso alla sommità del monumento.
La distinzione fondamentale tra i due depositi
Per comprendere la portata rituale dell'operazione, occorre analizzare separatamente i due contesti di ritrovamento:
- La cisterna-pozzo: situata sul pavimento della torre, conteneva un deposito votivo composto da ceramiche frantumate intenzionalmente, frammenti ossei umani e resti di animali sacrificati. Questo spazio è stato poi sigillato per sempre mediante l'allestimento di pesanti lastre piatte di pietra calcarea (limestone slabs).
- La scala della torre: lungo i gradini dell'accesso ai piani superiori, gli officianti hanno deposto una imponente spada votiva in bronzo di 94 centimetri, affiancata da tre lame bronzee a forma di rasoio e da un grumo di rame grezzo. Subito dopo la deposizione, la scala è stata ostruita con un massiccio scarico di pietre e macerie, bloccando definitivamente il passaggio.
La sequenza stratigrafica rivela che non ci troviamo di fronte a un crollo accidentale o a un nascondiglio improvvisato in un momento di pericolo, bensì a una solenne cerimonia di chiusura e "ritiro" funzionale dell'edificio nuragico.
La riapertura della cisterna: il deposito rituale sotterraneo
La presenza dell'acqua all'interno dei luoghi di culto rappresenta una costante imprescindibile della spiritualità nuragica, il cui vertice architettonico è rappresentato dalle strutture monumentali dei pozzi sacri come quello di Santa Cristina. Tuttavia, la scoperta effettuata al Nuraghe Barru mostra una sfaccettatura diversa e per molti versi inedita di questo rapporto con l'elemento idrico.
Quando gli archeologi hanno sollevato le lastre di calcare che hanno protetto la cisterna-pozzo per circa tremila anni, si sono trovati di fronte a un deposito votivo sigillato con cura maniacale. L'interno del cavo idrico non conteneva limi di accumulo naturale, ma una selezione mirata di oggetti ed elementi organici adagiati sul fondo durante un unico evento rituale.
Tra i reperti ceramici recuperati spiccano diverse brocche askoidi, una delicata anfora miniaturistica e, soprattutto, un raro vaso cerimoniale a quattro anse. La peculiarità di questo insieme ceramico risiede nel fatto che la maggior parte dei vasi non si trovava in uno stato di degrado causato dal tempo, ma mostrava i segni evidenti di una frantumazione intenzionale (l'uccisione rituale dell'oggetto), una pratica ben documentata nei contesti religiosi del Mediterraneo antico, in cui l'oggetto viene "ucciso" o privato della sua funzione profana prima di essere offerto alla divinità.
Resti umani e sacrifici animali
Accanto alle ceramiche, all'interno della cisterna-pozzo sono stati identificati resti osteologici umani e animali. La presenza di frammenti di scheletro umano all'interno di una cisterna idrica chiusa solleva interrogativi cruciali sulla natura del culto praticato al Nuraghe Barru. Non si tratta di una sepoltura tradizionale — come quelle ben note delle tombe dei giganti — ma della deposizione selettiva di elementi scheletrici, probabilmente legata al culto degli antenati o a riti di consacrazione del luogo.
I resti animali completano il quadro delle offerte deposte prima della sigillatura della struttura. Una volta concluse le offerte, le pesanti lastre di calcare sono state posizionate sulla bocca del pozzo, trasformando la riserva d'acqua in un sepolcro sacrale inaccessibile.
La scala bloccata e la spada votiva di 94 centimetri
Il secondo fulcro dello studio pubblicato nel 2026 riguarda lo straordinario deposito metallico rinvenuto lungo la rampa di gradini che saliva verso la sommità della torre. È qui che giaceva la grande spada di bronzo, un reperto che per dimensioni e stato di conservazione si colloca ai vertici della produzione metallurgica sarda dell'Età del Bronzo Finale e della prima Età del Ferro.
La spada misura 94 centimetri, e secondo la divulgazione dello studio è la seconda spada votiva intera mai trovata dentro un nuraghe. La forma e la lega — molto rame, poco stagno — dicono che non era un'arma da combattimento: è una spada votiva e cerimoniale, concepita fin dal principio come simbolo di potere, prestigio o devozione religiosa.
I risultati delle analisi al pXRF sulla spada e sui rasoi
Per svelare la composizione chimica del metallo senza danneggiare i reperti, i ricercatori hanno utilizzato la tecnica della fluorescenza a raggi X portatile (pXRF). I risultati hanno mostrato che la spada votiva e le tre lame di rasoio rinvenute al suo fianco sono state fuse con una specifica lega di bronzo, caratterizzata da un elevatissimo tenore di rame e un ridotto contenuto di stagno.
Particolarmente illuminante è stata l'analisi dei tre rasoi di bronzo. Dal punto di vista della forma e della tipologia decorativa, questi tre oggetti presentano rispondenze puntuali con i rasoi diffusi nell'Italia continentale durante il passaggio tra il Bronzo Finale e la prima Età del Ferro. In passato, di fronte a simili corrispondenze formali, gli archeologi tendevano a ipotizzare l'importazione diretta degli oggetti dalla penisola italiana.
Le analisi pXRF condotte da Amicone e collaboratori hanno spazzato via questa interpretazione: la firma chimica del rame presente nei rasoi del Nuraghe Barru corrisponde esattamente ai giacimenti minerari della Sardegna. Questo dimostra che gli artigiani-fonditori nuragici non si limitavano a importare manufatti dall'estero, ma emulavano e rielaboravano i modelli estetici peninsulari, fondendo rame locale con una maestria tecnica di primissimo ordine.
Accanto alla spada e ai tre rasoi giaceva anche un grumo di rame grezzo, una materia prima metallica non lavorata. La presenza di rame grezzo all'interno di un deposito sacrale sottolinea il valore primordiale attribuito al metallo puro, inteso come risorsa strategica, fonte di ricchezza e dono gradito alle divinità.
Il blocco architettonico della scala
Una volta adagiati la spada, i rasoi e il rame sui gradini, la comunità ha compiuto un gesto drastico: la scalinata è stata riempita di macerie, pietre e blocchi di crollo intenzionale. Questo atto ha reso fisicamente impossibile l'accesso ai piani superiori del nuraghe.
La sigillatura della scala, sommata alla chiusura della cisterna con le lastre di calcare, segna il momento preciso in cui la torre ha cessato di funzionare come centro di controllo abitativo o militare. Il monumento non è stato abbandonato per degrado o sconfitta, ma è stato solennemente "rifunzionalizzato" e trasformato in un reliquario a cielo aperto, un pilastro della memoria collettiva della Trexenta.
L'analisi petrografica: ceramiche da 40 chilometri di distanza
Uno dei contributi più innovativi dello studio pubblicato su Open Archaeology nel 2026 deriva dalle analisi minero-petrografiche condotte sulle ceramiche recuperate all'interno del Nuraghe Barru. Attraverso l'esame in sezione sottile al microscopio polarizzatore (petrografia ceramica), i ricercatori hanno potuto identificare i minerali compresi negli impasti argillosi e risalire alle bacini geologici di provenienza delle materie prime.
I dati emersi hanno riservato una grande sorpresa: mentre parte del vasellame di uso quotidiano era stato modellato con argille reperibili nelle immediate vicinanze di Guamaggiore, diversi contenitori di pregio — compreso il raro vaso cerimoniale a quattro anse e alcune brocche del deposito della cisterna — provengono da contesti geologici situati a oltre 40 chilometri di distanza dal nuraghe.
Questo dato cambia radicalmente la nostra percezione delle comunità nuragiche della prima Età del Ferro. Dimostra infatti che il Nuraghe Barru non era un sito isolato nelle campagne centro-meridionali della Sardegna, ma un santuario di riferimento capace di attrarre persone, beni e offerte votive da territori distanti decine di chilometri.
Una rete di connessioni comunitarie nell'Età del Ferro
Fino a pochi anni fa, una tesi storiografica ampiamente diffusa sosteneva che con la fine dell'Età del Bronzo (intorno al 1200–1100 a.C.) la società nuragica fosse entrata in una crisi irreversibile, sfociata nell'abbandono repentino delle grandi torri di pietra in favore di piccoli villaggi di fondovalle o nuovi santuari.
I risultati ottenuti al Nuraghe Barru smentiscono questo schema evolutivo lineare. La transizione verso l'Età del Ferro non coincide con la fine dei nuraghi, ma con una loro profonda ridefinizione simbolica. Le comunità sarde continuavano a frequentare le antiche fortezze dei padri, riorganizzandone gli spazi interni per ospitare cerimonie comunitarie.
Il fatto che vasi cerimoniali prodotti ad oltre 40 chilometri giungessero a Guamaggiore indica l'esistenza di reti di alleanza, pellegrinaggio e scambio sociale articolate. Il Nuraghe Barru funzionava come un punto di incontro inter-comunitario, dove gruppi provenienti da diverse vallate della Sardegna si riunivano per suggellare patti politici o religiosi attraverso la condivisione di banchetti, la rottura rituale dei vasi e la deposizione di preziose armi di bronzo.
5 fatti chiave che ridisegnano la preistoria sarda
Per fare chiarezza tra le interpretazioni del passato e i dati scientifici emersi nel 2026, è utile riassumere i cinque elementi fondamentali emersi dallo studio del Nuraghe Barru:
- La spada non tappava il pozzo: La spada votiva di bronzo, lunga 94 centimetri, è stata ritrovata lungo la scala della torre, mentre la cisterna-pozzo è stata sigillata separatamente con lastre di pietra calcarea.
- I nuraghi rimasero attivi nell'Età del Ferro: Le grandi strutture dell'Età del Bronzo non vennero abbandonate, ma trasformate in santuari e monumenti identitari frequentati attivamente tra il 1200 e l'800 a.C.
- I rasoi "peninsulari" sono di produzione sarda: Le analisi metallurgiche pXRF hanno provato che i tre rasoi di tipo continentale trovati sulla scala vennero fusi in Sardegna con rame locale, dimostrando un'attiva emulazione stilistica d'oltremare.
- Mobilità di cose e persone oltre i 40 chilometri: L'analisi petrografica dei vasi della cisterna ha accertato la presenza di argille provenienti da territori lontani oltre 40 km, a testimonianza di una rete rituale ad ampio raggio.
- La chiusura intenzionale dell'architettura: La sigillatura del pozzo e il blocco artificiale della scala rappresentano un gesto sacrale programmato, volto a "congedare" il monumento dal suo uso civile e consacrarlo alla memoria.
Come la scienza dell'archeometria svela i segreti del passato
Il caso del Nuraghe Barru rappresenta un modello virtuoso di come le moderne scienze applicate all'archeologia — la cosiddetta archeometria — possano estrarre informazioni storiche da reperti scavati anni prima.
Senza l'ausilio della fluorescenza a raggi X portatile (pXRF), i tre rasoi bronzei sarebbero stati catalogati semplicemente come "oggetti d'importazione peninsulare", alimentando l'idea di una Sardegna passiva recettrice di prodotti stranieri. L'analisi chimica ha invece restituito il ruolo centrale ai fonditori nuragici, rivelando la loro capacità di padroneggiare le leghe e di adattare le mode dell'Italia continentale alle risorse del sottosuolo sardo.
Allo stesso modo, la petrografia ceramica ha trasformato dei semplici frammenti di terracotta in indicatori geografici di precisione. Invece di limitarsi alla classificazione estetica dei vasi, l'esame microscopico delle sezioni sottili ha permesso di mappare le rotte dell'argilla e di ricostruire gli spostamenti dei fedeli della prima Età del Ferro.
Questi risultati si collegano direttamente a quanto scoperto in altri grandi complessi dell'isola, come il monumentale Nuraghe Arrubiu di Orroli o il villaggio di Su Nuraxi a Barumini, confermando che la Sardegna protostorica era una terra dinamica, priva di isolamento e pienamente integrata nelle dinamiche culturali dell'intero bacino del Mediterraneo.
Come raggiungere il Nuraghe Barru e il contesto della Trexenta
Il Nuraghe Barru sorge su una collina calcarea fra Guamaggiore e Guasila, nella regione storica della Trexenta, un territorio della Sardegna centro-meridionale rinomato fin dall'antichità per la fertilità dei suoi suoli e la ricchezza delle sue campagne.
Il monumento si trova a circa 4 chilometri dal centro abitato di Guamaggiore, in un'area collinare da cui si domina un vasto panorama sulle vallate circostanti. Si tratta di un sito archeologico a cielo aperto, senza biglietteria né percorsi attrezzati: restano visibili l'articolazione delle torri in pietra e, sul versante est della collina, i perimetri delle capanne del villaggio.
Visitare il Nuraghe Barru significa osservare da vicino un luogo in cui le pietre raccontano due storie sovrapposte: quella degli ingegneri dell'Età del Bronzo che innalzarono le torri e quella di chi, nella prima Età del Ferro, ne sigillò le viscere, affidando all'eternità una spada di bronzo e i vasi di una cerimonia.
Foto di copertina: il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, a una quindicina di chilometri da Barru. Norbert Nagel, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons




