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Come nasce un falso allineamento: l'archeoastronomia alla prova in Sardegna
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Come nasce un falso allineamento: l'archeoastronomia alla prova in Sardegna

Il 12 gennaio 2025 la Luna si è specchiata sul fondo del pozzo di Santa Cristina. Il fenomeno è reale: quello che se ne deduce, spesso no.

La notte del 12 gennaio 2025, verso le 23:40, un centinaio di persone stava attorno a un buco nel terreno, nelle campagne di Paulilatino. Faceva freddo. Aspettavano la Luna. È arrivata alta circa 78 gradi sull'orizzonte sud, quasi a piombo sopra il foro che chiude la falsa cupola del pozzo sacro di Santa Cristina: la sua luce è scesa lungo il camino di basalto e si è posata sull'acqua, sul fondo, dove da sotto la si vede come un disco immobile. Non succedeva da diciotto anni.

Il fenomeno è reale. È stato visto, filmato, raccontato. Ed è esattamente qui che comincia la parte difficile, perché da un fatto vero — la Luna entra nel pozzo — se ne deducono quasi sempre altri tre che veri non sono ancora: che l'allineamento sia stato progettato, che sia preciso al primo d'arco, che il pozzo servisse a prevedere le eclissi.

La distanza fra il primo fatto e gli altri tre è il tema di questo articolo. Si chiama metodo, e l'archeoastronomia ha passato sessant'anni a impararlo a sue spese.

Il cielo offre troppi bersagli

Il punto di partenza è una questione di geometria, non di archeologia. Quanti sono i bersagli celesti "notevoli" verso cui un muro può puntare? Due solstizi, l'equinozio, i quattro estremi della Luna, le stelle più luminose. Sembrano pochi. Il problema è quanta parte dell'orizzonte occupano.

Alla latitudine della Sardegna — Paulilatino sta a 40,06 gradi nord — il Sole sorge sempre dentro un arco di circa 64 gradi, fra il punto del solstizio d'estate e quello del solstizio d'inverno, e tramonta dentro un arco uguale dall'altra parte. La Luna, che oscilla di più, copre circa 79 gradi per lato. Sommando levate e tramonti di Sole e Luna si arriva a coprire all'incirca il 44 per cento del cerchio dell'orizzonte.

Quasi metà delle direzioni possibili punta già a qualcosa di astronomicamente "notevole". E le stelle peggiorano le cose: la statistica Sherry Towers ha calcolato che le 21 stelle più brillanti della seconda grandezza coprono da sole 84 gradi di orizzonte, con una probabilità di coincidenza casuale maggiore di una su cinque. Se prendo un muro a caso, lo misuro e poi cerco cosa ci sia in quella direzione, la risposta "qualcosa c'è" è garantita in partenza.

Da sola questa osservazione non smonta nessuna teoria. Dice però che trovare un accordo non è una notizia: lo diventa quando si dimostra che quell'accordo è più frequente di quanto il caso preveda.

Troppe linee: la lezione di Stonehenge

Nel 1963 l'astronomo Gerald Hawkins pubblicò su Nature l'idea che Stonehenge fosse una specie di calcolatore astronomico, e due anni dopo ne fece il libro Stonehenge Decoded. Aveva contato ventiquattro allineamenti significativi fra le pietre e i bersagli celesti, e dichiarò che la probabilità che fossero casuali era di circa una su un milione.

Nel 1966 l'archeologo Richard Atkinson, che a Stonehenge aveva scavato, rispose con un articolo intitolato Moonshine on Stonehenge. Il titolo gioca sulla parola: moonshine è il chiaro di luna ed è anche, in inglese, la sciocchezza. Atkinson rifece i conti a matita, e trovò tre cose.

La prima: la probabilità giusta, con i numeri di Hawkins, era 0,000006 e non 0,000001. Errore piccolo. La seconda era grande: Hawkins aveva calcolato la probabilità di ottenere esattamente ventiquattro allineamenti per caso, mentre la domanda sensata è quella di ottenerne almeno ventiquattro. La terza era decisiva. Fra i quattordici punti considerati le linee di vista possibili erano 182, e salivano a 272 includendo tutte le buche di palo vicino all'Heel Stone. Rifatto il calcolo nel modo corretto, la probabilità di ottenere per puro caso ventitré o più allineamenti risultava 0,46 oppure 0,97 secondo l'insieme di linee considerato: testa o croce, o quasi la certezza.

Il meccanismo è aritmetico. Se un sito ha n punti notevoli, le linee che li collegano sono n(n-1)/2: con 14 punti fanno 91, con 30 ne fanno 435. Moltiplicate per i bersagli celesti e per la tolleranza che ci si concede, le occasioni di "trovare qualcosa" rendono il ritrovamento inevitabile.

La tolleranza, appunto. Hawkins accettava scarti fino a 2 gradi: quattro volte il diametro apparente della Luna piena. Al Big Horn Medicine Wheel, nel Wyoming, John Eddy arrivò ad accettare 3,8 gradi su 21 linee possibili e 18 corpi celesti candidati: con quei parametri circa il 30 per cento degli accordi è del tutto spurio.

Il monumento che misuri non è quello che fu costruito

C'è un errore più insidioso della statistica, e in Sardegna ha un indirizzo preciso.

Nel 1966 il pozzo di Santa Cristina non era come lo vediamo oggi. Lo racconta Ambrogio Atzeni, ingegnere civile classe 1930, che di quel cantiere fu capo insieme all'archeologo Enrico Atzeni, in un'intervista del febbraio 2020. Della scalinata d'ingresso, dice, "esisteva solo metà gradinata": i gradini mancanti furono fatti scolpire dagli scalpellini e sono, parole sue, "ben visibili e distinguibili a tutt'oggi dagli originali". Quanto al foro in cima alla falsa cupola, le pietre che lo compongono furono ritrovate a pochi metri dal pozzo e rimesse in posto.

Teniamo insieme questo dato e un altro. Nel 2011 lo studioso polacco Arnold Lebeuf pubblicò a Cracovia il libro che legge il pozzo come un osservatorio lunare costruito per prevedere le eclissi, e stimò la precisione della geometria della cupola in circa tre primi d'arco: un ventesimo di grado, una precisione da strumento di misura. Il problema è che viene attribuita a una struttura di cui parte della scala è stata riscolpita e le pietre dell'oculo ricollocate da una squadra di cantiere negli anni Sessanta. Nessuno ha barato: semplicemente, l'oggetto misurato non è del tutto l'oggetto costruito nell'XI secolo a.C. Il dubbio è lo stesso che l'articolo sui pozzi sacri solleva sulla parte alta del monumento, che in origine proseguiva probabilmente con un edificio fuori terra di forma e altezza ignote.

Non è un caso isolato, ed è un errore classificato. Nella rassegna Casistica di errori in archeoastronomia, presentata a Genova nel 2004 da Giovanni Lupato e Mario Codebò, c'è la necropoli di Mel, in Veneto: l'analisi archeoastronomica era stata fatta su un complesso rimontato presso la Soprintendenza poco prima del 1970, con — scrivono gli autori — una "disposizione reciproca delle tombe molto diversa da quella originale". L'allineamento misurato era quello dei restauratori.

Quanto misura davvero chi misura

Lo stesso lavoro contiene un esperimento che vale più di molte discussioni. L'ipotesi astronomica su Mel reggeva su una coincidenza dichiarata come possibile "solamente in un caso su 40.000", e dava per scontato un margine di errore di 2 gradi. Gli autori fecero misurare la stessa cosa a quattro osservatori diversi: fra loro divergevano di 8 gradi. Rifatto il calcolo con l'errore vero, la probabilità scese da una su quarantamila a una su poche decine.

L'errore di misura, in questo mestiere, è metà del risultato: una bussola sbagliata di poco, una collina a est che non si è rilevata, e il bersaglio cambia. Serve anche la data, che è il convitato di pietra: con la precessione degli equinozi la declinazione di una stella cambia di gradi in pochi secoli, un allineamento stellare calcolato per il 1500 a.C. non vale per il 900 a.C., e quasi tutti i monumenti sardi hanno una datazione in forchetta di secoli.

La spiegazione più semplice: sole, vento, pendenza

Veniamo al dato sardo più solido, e più discusso. Mauro Peppino Zedda e Juan Antonio Belmonte hanno pubblicato nel 2004 sul Journal for the History of Astronomy gli orientamenti d'ingresso di 272 nuraghi monotorre e di 180 torri centrali di nuraghi complessi. Il risultato è netto: gli ingressi preferiscono il quadrante meridionale. L'interpretazione che ne danno è astronomica: il Sole che sorge al solstizio d'inverno, oppure la Luna agli estremi del suo ciclo.

Esiste però una spiegazione concorrente, vecchia quanto l'archeologia sarda: un ingresso rivolto a sud prende luce e calore per tutto il giorno e volta le spalle al maestrale. Le case tradizionali del Campidano fanno lo stesso, e nessuno le considera osservatori astronomici.

Qui sta il nodo logico, e non riguarda solo la Sardegna: due spiegazioni che prevedono lo stesso risultato non possono essere separate da quel risultato. Se sia l'ipotesi astronomica sia quella pratica prevedono ingressi a sud, il fatto che gli ingressi siano a sud non sceglie fra le due. Per decidere servirebbe un dato in più: per esempio verificare se la preferenza resta identica dove cambia la pendenza del terreno o il vento dominante.

Un indizio arriva da Michael Hoskin, che di monumenti mediterranei ne ha misurati oltre 2600, 725 dolmen di persona. In Tombs, Temples and their Orientations (2001) registra nella Sardegna settentrionale una forte tradizione di orientamento a est e sud-est, in continuità con i dolmen più antichi; nella Sardegna meridionale, scrive, gli orientamenti guardano in tutte le direzioni della bussola. Mezza isola non segue nessuna regola: è il dato più onesto di tutta la faccenda, e quello che non si legge mai nei racconti divulgativi. Lo studio comparativo del 2014 di A. César González-García, Zedda e Belmonte conferma la differenza fra le due metà.

Cosa resta in piedi a Santa Cristina

Torniamo al pozzo, con gli strumenti messi insieme fin qui, e separiamo le affermazioni.

Prima: "all'equinozio i raggi del Sole entrano perpendicolari nel pozzo". Falsa, e per smontarla basta la latitudine. A Paulilatino, all'equinozio, a mezzogiorno il Sole sta a circa 50 gradi di altezza; perfino al solstizio d'estate non supera i 73,4 gradi. Un raggio a piombo, qui, non esiste in nessun giorno dell'anno. Quello che si osserva agli equinozi riguarda la luce che scende lungo la scalinata inclinata: un'altra geometria.

Seconda: "la Luna arriva sopra il foro". Regge, ed è verificabile con un conto. Al lunistizio maggiore la Luna tocca una declinazione di circa 28,6 gradi, più del Sole, perché l'inclinazione della sua orbita si somma a quella dell'eclittica. A 40,06 gradi di latitudine la sua altezza massima in culminazione risulta circa 78,5 gradi, e il 12 gennaio 2025 l'hanno vista a circa 78. L'unico corpo celeste che può passare quasi a piombo sopra quel foro è la Luna, e solo nei mesi attorno al lunistizio.

Terza: "quindi il pozzo fu costruito per quello". Questa resta aperta. Il fenomeno è una conseguenza possibile della geometria di qualsiasi pozzo a tholos con oculo aperto a questa latitudine; per dimostrare che è un progetto servirebbero altri pozzi che si comportano allo stesso modo, un rilievo strumentale pubblicato e un test di significatività dichiarato. L'allineamento lunare fu segnalato nel 1973 da Carlo Maxia, Lello Fadda e dall'astronomo Edoardo Proverbio: da allora è stato raccontato molte volte, verificato in modo indipendente poche.

Quarta: "il pozzo serviva a prevedere le eclissi". Il salto è ancora più lungo, perché attribuisce ai costruttori non solo l'osservazione ma la registrazione dei dati nel tempo. È la tesi di Lebeuf, e nessuna verifica indipendente l'ha finora confermata.

Come si verifica oggi un allineamento

La disciplina, nel frattempo, si è data delle regole. Sono tre, e sono severe.

La prima viene da Clive Ruggles, che negli anni Settanta e Ottanta rifece i rilievi su cui Alexander Thom aveva costruito l'idea di osservatori lunari megalitici di altissima precisione, trovandoli molto meno solidi di quanto sembrassero. La sua regola: i criteri di selezione dei monumenti si fissano prima, su basi archeologiche e non astronomiche. Si misura tutto quello che rientra nel criterio, non solo quello che funziona.

La seconda è statistica. Nel 2020, sul Journal of Archaeological Science, Fabio Parracho Silva ha proposto il primo quadro completo: ogni misura viene trattata come una distribuzione di probabilità, trasformata in declinazione con lo stesso tipo di procedura usata per calibrare il radiocarbonio, sommata alle altre e sottoposta a un test che restituisce un p-value. Prima, scrive, il campo era rimasto ossessionato dal rilevare tanti monumenti sperando che un picco nell'istogramma bastasse da solo.

La terza è culturale. Un allineamento statisticamente significativo non è ancora una prova: servono anche un indizio archeologico di intenzionalità e uno del valore simbolico di quel bersaglio per quella cultura. Ruggles, in un articolo del 1997 intitolato Whose equinox?, ha mostrato che perfino il concetto di equinozio ha almeno quattro definizioni pratiche che non coincidono fra loro: darlo per scontato nella preistoria è un'abitudine moderna travestita da dato. Nel 2023, su Antiquity, Giulio Magli e Belmonte hanno applicato lo stesso rigore al presunto "calendario di Stonehenge" da 365,25 giorni, definendolo "totalmente infondato".

Cinque modi per riconoscere un falso allineamento

  1. Il numero senza la tolleranza. "Punta esattamente al solstizio" non vuol dire niente finché non si sa dentro quanti gradi. A 2 gradi quasi tutto punta a qualcosa. Se la tolleranza non è dichiarata, di solito è perché è larga.

  2. Il bersaglio scelto dopo. Si misura, poi si cerca cosa ci sia in quella direzione, e si annuncia il primo candidato: è la differenza fra una previsione e una giustificazione. Il segnale d'allarme è un lavoro che offre più bersagli insieme per la stessa direzione.

  3. "Una probabilità su un milione". È la frase che compare puntualmente nei casi poi smontati, e quasi sempre nasconde un conto fatto sulla domanda sbagliata.

  4. Il monumento restaurato trattato come intatto. Prima di misurare al primo d'arco bisogna sapere che cosa è crollato, che cosa è stato rimesso in piedi, in che anno e con quali criteri.

  5. La spiegazione terrestre non considerata. Pendenza, vento, luce, il corso di un fiume: nella casistica di Lupato e Codebò quattro terrapieni veneti creduti osservatori solstiziali risultarono allineati perché seguono le ripe di un vecchio alveo del Piave. Nello stesso lavoro, una teoria circolata a livello nazionale puntava verso una collinetta chiamata "Casteller": nome che non compare su nessuna carta storica, e che somiglia parecchio all'insegna del ristorante-pizzeria "Castear" che sorge lassù.

Perché tutto questo rende i monumenti più interessanti, non meno

Smontare un allineamento non toglie niente a chi l'ha costruito. Toglie qualcosa a chi lo racconta, ed è un affare diverso.

Il pozzo di Santa Cristina resta un'opera di taglio della pietra che da vicino sembra impossibile: basalto durissimo, lavorato in conci che si chiudono in anelli regolari fino a un oculo di una trentina di centimetri. Monte d'Accoddi resta l'unico monumento del suo genere nel Mediterraneo, con la rampa e i menhir piantati nei campi intorno — gli stessi che nel 2009 un gruppo guidato da Zedda e Magli ha usato come mire verso l'orizzonte est, proponendo tre bersagli insieme: Sole al solstizio d'inverno, levata di Sirio, estremo meridionale di Venere. E i menhir di Pranu Muttedu restano in file che qualcuno ha tracciato cinquemila anni fa.

La domanda giusta non è se i nuragici guardassero il cielo: lo guardavano, come tutti i popoli che dipendono dalle stagioni. È quali affermazioni riusciamo a sostenere con le prove che abbiamo. Rispondere "non lo sappiamo ancora" è un risultato, non una sconfitta.

Dove vederlo di persona

L'area archeologica di Santa Cristina si trova nel comune di Paulilatino, a ridosso della statale 131 fra Oristano e Sassari, ed è visitabile tutto l'anno: oltre al pozzo comprende il villaggio nuragico, un nuraghe e la chiesetta campestre con le cumbessias, le casette dei pellegrini.

Per rivedere la Luna quasi a piombo sopra l'oculo bisogna invece aspettare il prossimo lunistizio maggiore: il ciclo dura 18,6 anni e tocca di nuovo intorno al 2043. Chi c'era nel gennaio 2025 ha avuto fortuna; chi ci va adesso sa almeno cosa sta guardando, e cosa non è ancora dimostrato.

Foto di copertina: Carlo Pelagalli, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

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