Il 21 ottobre 2026 l'Istat ha pubblicato il report sulla natalità del 2025, e dentro c'è una riga che riguarda la Sardegna: 0,85 figli per donna. È il valore più basso fra le venti regioni italiane, ed è l'unico sotto l'unità. Non succede da un anno: succede dal 2020, sei anni di fila. Per capire cosa significa quel numero conviene tenerne accanto un altro, più vecchio di settant'anni. Nel 1952 una donna sarda aveva in media 3,8 figli, contro i 2,3 della media italiana: la Sardegna faceva più figli di quasi tutto il resto del paese. In tre generazioni la stessa isola è passata da prima della classe a ultima, e il crollo non è stato lento.
Questo articolo mette in fila i numeri, le date in cui la curva si è rovesciata e le spiegazioni che circolano, separando quello che i dati dicono da quello che non dicono.
Che cosa misura davvero lo 0,85
Il tasso di fecondità totale non conta i figli di una generazione vera. Conta quelli di una donna ipotetica che attraversasse tutta la vita fertile con i tassi osservati in un singolo anno. È un indicatore congiunturale: se le donne fanno figli più tardi, il valore di quell'anno scende anche quando il numero finale di figli per vita resta uguale. Va letto come una fotografia, non come una profezia.
Detto questo, la fotografia è netta. Il livello che tiene ferma una popolazione senza immigrazione è 2,1 figli per donna: lo 0,85 sardo è il 40% di quella soglia. La media italiana del 2025 è 1,14, già un minimo storico nazionale; la Sardegna sta al 75% di quel valore. Dopo l'isola vengono il Molise con 1,02 e il Lazio con 1,05, mentre in cima alla classifica c'è il Trentino-Alto Adige con 1,40. Rispetto al 2024 la Sardegna ha perso sei centesimi, da 0,91 a 0,85, uno dei cali annuali più forti fra le regioni.
Fonte: ISTAT, Indicatori demografici, anno 2025
C'è un secondo indicatore, che spesso viene confuso con il primo: il tasso di natalità, cioè quanti bambini nascono ogni mille abitanti. Nel 2025 in Sardegna è stato 4,1 per mille contro il 6,0 italiano, e secondo il 33° Rapporto del Crenos, il centro di ricerca delle università di Cagliari e Sassari, è il più basso d'Europa. I due numeri peggiorano insieme per una ragione meccanica: non solo ogni donna fa meno figli, ma le donne in età fertile sono sempre meno. Qui vale la pena smontare un luogo comune che gira parecchio: la Sardegna non ha la fecondità più bassa d'Europa. Secondo Eurostat, nel 2024 erano sotto un figlio per donna anche sedici regioni spagnole, sette polacche, tre greche, due tedesche e due lituane, e il minimo continentale è La Palma, alle Canarie, con 0,76. Il primato europeo della Sardegna è quello della natalità, che è un'altra cosa. Nemmeno il confronto mondiale regge: la Corea del Sud, il caso che tutti citano, nel 2025 sta a 0,80.
Il 1990, l'anno in cui la curva si è rovesciata
La storia demografica sarda recente si legge meglio per tappe. Fino agli anni Settanta la media regionale resta intorno ai tre figli per donna, un valore da paese agricolo. Negli anni Ottanta scende sotto due. Nel 1990 avviene il sorpasso al contrario: per la prima volta la fecondità sarda scende sotto quella italiana, e da lì non risalirà più. Nel 1998 l'isola buca per la prima volta la soglia di un figlio per donna. Nel 2019 segna l'ultimo anno con almeno un figlio per donna; dal 2020 comincia la serie di sei anni consecutivi sotto l'unità che l'Istat registra oggi.
Il sociologo Gianfranco Bottazzi, dell'Università di Cagliari, in un saggio del marzo 2025 su Dialoghi Mediterranei distingue due crisi demografiche diverse, e la distinzione è utile perché si tende a confonderle. La prima, fra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, è una crisi migratoria: circa 140.000 persone se ne vanno con saldo negativo, il 9% della popolazione dell'isola, dirette in Belgio, Germania, Svizzera e nel triangolo industriale italiano. In quegli stessi anni, però, in Sardegna nascevano tre bambini per donna: il paese si svuotava da una parte e si riempiva dall'altra.
La seconda crisi, quella degli anni Duemila, funziona al contrario. Il saldo migratorio non è più il problema principale — nel 2024 quello con l'estero è stato addirittura positivo di 2.412 persone — mentre a mancare sono le nascite. È una differenza che cambia le conclusioni: negli anni Cinquanta i sardi partivano, oggi i sardi non nascono. Il primo fenomeno si può invertire con un biglietto di ritorno, il secondo no.
Il 2024 in due numeri: 7.052 e 18.519
I tassi dicono poco finché non si guardano i valori assoluti. Nel 2024 in Sardegna sono nati 7.052 bambini e sono morte 18.519 persone. Il saldo naturale è stato di -11.467: due morti e mezzo per ogni nato (2,63, per la precisione). La popolazione residente è scesa a 1.562.381 a fine 2024 e, secondo il Crenos, a 1.554.490 al 1° gennaio 2026, quindicesimo anno consecutivo di calo.
Dietro quei due numeri c'è una struttura per età che li rende quasi inevitabili. L'età media dei sardi è salita a 49,2 anni nel 2024. Gli over 85 sono 65.742, il 4,2% della popolazione. Il rapporto fra anziani e giovani è di 300 a 100, cioè tre persone sopra i 65 anni per ogni ragazzo sotto i 15. Nei comuni sotto i cinquemila abitanti — che in Sardegna sono l'84,4% di 377 — l'indice di vecchiaia tocca 395,8: quasi quattro anziani per ogni bambino.
Questa struttura produce quello che i demografi chiamano momentum negativo: le bambine non nate negli anni Novanta sono le trentenni che oggi mancano, e il loro numero mancante si trascina in avanti. Anche se domani la fecondità risalisse a 1,5, le nascite resterebbero basse per decenni, semplicemente perché non ci sono abbastanza donne in età di averne.
Perché proprio qui
Qui comincia la parte onesta dell'articolo: le cause misurate sono poche, le correlazioni molte.
Il Rapporto Crenos 2026, che quest'anno ha come tema le migrazioni e il capitale umano, mette al centro la fuga dei laureati. Nel 2023 il saldo migratorio dei laureati fra i 25 e i 39 anni è stato di -16,4 trasferimenti netti ogni mille laureati residenti, contro una media nazionale di -6,2: quasi il triplo. Sono esattamente le persone che negli anni successivi avrebbero avuto figli, e che li avranno altrove. Nel frattempo solo il 25,6% dei giovani sardi fra 25 e 34 anni è laureato, contro una media europea del 44,1%: l'isola perde la parte più istruita di una base già stretta.
Poi ci sono i costi. Sempre secondo il Crenos, i prezzi delle case e degli affitti in Sardegna sono saliti del 46,6% dal 2018, trainati anche dalla domanda turistica: comprare o affittare dove si è nati è diventato più difficile proprio per chi avrebbe l'età di farlo. E c'è il calendario della vita: l'età media al parto in Sardegna è di 33,2 anni, la più alta d'Italia insieme a Basilicata e Lazio, contro i 32,7 nazionali. Ogni anno di rinvio toglie figli possibili alla fine del percorso.
Un dato meno citato racconta un cambiamento culturale profondo: in Sardegna il 59,4% dei bambini nasce fuori dal matrimonio, la quota più alta d'Italia, dove la media è del 44,1%. Non è un segnale di crisi — è la prova che la famiglia sarda si è trasformata molto più in fretta di quanto si creda, e che il modello tradizionale non regge più nemmeno dove la retorica lo dà per eterno.
Nessuno di questi fattori, preso da solo, spiega lo 0,85. Lavoro instabile, redditi bassi, servizi sanitari e scolastici lontani nei paesi dell'interno, costi di trasporto dell'insularità: sono fattori osservati insieme, non cause isolate e misurate. Chi dice di sapere qual è la ragione sta semplificando.
I paesi dove il fenomeno si vede a occhio
A Baradili, in Alta Marmilla, nel 2026 vivono 80 persone. È il comune meno popoloso della Sardegna, con una natalità vicina allo zero, un centro storico medievale circondato da vigneti e mandorleti, e la stessa macchina amministrativa — sindaco, bilancio, anagrafe — di un paese venti volte più grande.
A una sessantina di chilometri in linea d'aria, in Ogliastra, c'è Gairo Vecchio: file di case senza tetto su un versante, nessun abitante. Lì però non è stata la demografia: fra il 14 e il 19 ottobre 1951 su tutta la Sardegna orientale caddero 400-500 millimetri di pioggia al giorno per quattro giorni consecutivi, un record assoluto nella storia climatica dell'isola, e l'abitato — già instabile per frane, al punto che il nome stesso del paese significa "terra che scorre" — fu dichiarato inagibile. Gli abitanti si divisero in tre paesi nuovi più a valle. Gairo Vecchio è l'immagine di cosa succede quando un paese si svuota in un colpo solo; quello che i dati di oggi descrivono è la stessa cosa al rallentatore, e senza alluvione.
Il paradosso più duro sta a Perdasdefogu, sempre in Ogliastra. È uno dei quattordici paesi della cosiddetta Blue Zone, l'area che il medico Gianni Pes e il demografo belga Michel Poulain cerchiarono con un pennarello blu all'inizio degli anni Duemila perché aveva la più alta densità di uomini centenari del mondo. Il 1° giugno 2012 il Guinness World Record certificò i nove fratelli Melis come la famiglia più longeva del pianeta: 818 anni e 205 giorni sommati; un anno dopo erano 828 anni e 45 giorni, con la sorella maggiore Consolata a 105 anni. Gli stessi comuni che hanno il record mondiale di longevità hanno oggi l'indice di vecchiaia più alto e le scuole che chiudono. Vivere a lungo e fare figli sono due cose diverse: la Sardegna detiene il primato in entrambe le classifiche, ma su lati opposti.
Cosa prova a fare la Regione, e cosa dicono i numeri
Lo strumento principale è l'assegno di natalità previsto dall'articolo 13 della legge regionale 9 marzo 2022, n. 3, le cui linee guida aggiornate sono state approvate dalla Giunta il 5 giugno 2025: 600 euro al mese per il primo figlio e 400 euro per ogni figlio successivo, per cinque anni, alle famiglie che risiedono o trasferiscono la residenza in un comune sotto i cinquemila abitanti. Per il 2026 la Regione ha stanziato oltre 51,4 milioni di euro in misure contro il declino demografico. Il 23 ottobre 2026 è arrivato il secondo pezzo: fino a 20.000 euro per gli under 40 che si trasferiscono in Sardegna e lavorano o aprono un'attività, 30.000 se il comune ha meno di cinquemila abitanti, con 56 milioni in tre anni. Il bando operativo, al momento in cui scriviamo, non è ancora uscito.
Funziona? Il dato onesto è che non si sa ancora. L'assegno esiste dal 2022 e nello stesso arco di tempo la fecondità regionale è passata da 0,95 a 0,85. Non è una prova di fallimento — una misura rivolta ai comuni sotto cinquemila abitanti va misurata su quei comuni, non sulla media dell'isola, e cinque anni sono pochi per vedere l'effetto di una decisione che dura vent'anni — ma nessun dato pubblico mostra un'inversione. Dal fronte politico le critiche non mancano: i Riformatori hanno bocciato il piano per gli under 40 sostenendo che "pagare i giovani non servirà". È una posizione, non uno studio.
Fonte: ISTAT
Cosa succede se niente cambia
Le proiezioni Istat con base 2024 danno la traiettoria. Fra il 2024 e il 2030 la Sardegna perderebbe il 4,10% della popolazione, contro lo 0,81% nazionale: un calo cinque volte più rapido. Nel 2050 l'isola scenderebbe sotto 1.250.000 abitanti, con oltre 317.000 residenti in meno rispetto a oggi e gli over 65 vicini al 42%, il valore più alto fra le regioni italiane. Nel 2080 resterebbero poco più di 850.000 persone: -45,74% rispetto al 2024, contro un -22,30% nazionale. Anche le famiglie si assottigliano: fra 2024 e 2050 se ne perderebbero 89.067, con una dimensione media sotto le due persone già dagli anni Quaranta di questo secolo.
Le proiezioni non sono previsioni: sono il risultato di ipotesi su fecondità, mortalità e migrazioni, e cambiano quando cambiano le ipotesi. Ma servono a dare la scala del problema. Un'isola che oggi ha 1,55 milioni di abitanti e che a fine secolo ne avrebbe poco più di 850.000 è un'isola con meno scuole, meno linee di trasporto, meno presidi sanitari e meno comuni in grado di restare aperti.
Cinque cose che i numeri dicono, e che si leggono poco
- La Sardegna non è sempre stata così. Nel 1952 faceva 3,8 figli per donna contro i 2,3 della media italiana, e la popolazione è passata da circa 600.000 abitanti nel 1861 a 1,6 milioni nel 2020. Il crollo è recente, rapido e concentrato negli ultimi trentacinque anni: non è una condizione storica dell'isola.
- Non è l'emigrazione a svuotare l'isola, non più. Nel 2024 il saldo naturale è stato di -11.467, mentre quello migratorio con l'estero era positivo di 2.412 persone. Gli stranieri residenti sono 54.091, il 3,5% della popolazione regionale, in aumento di 2.050 in un anno. Il buco è nelle culle, non nei porti.
- Il record europeo della Sardegna è la natalità, non la fecondità. 4,1 nati per mille abitanti è il valore più basso d'Europa secondo il Crenos; la fecondità più bassa d'Europa, invece, è quella di La Palma alle Canarie, con 0,76. Confondere i due indicatori è l'errore più comune quando questi dati finiscono sui giornali.
- La famiglia sarda è già cambiata. Il 59,4% dei bambini nasce fuori dal matrimonio, la quota più alta d'Italia. Chi legge la denatalità come effetto di un abbandono della famiglia tradizionale sta descrivendo una trasformazione già avvenuta, non una causa.
- Il dato comunale non esiste nei comunicati. L'Istat pubblica i valori regionali; per sapere quanti bambini sono nati in un singolo paese bisogna andare al bilancio demografico comune per comune. Non esiste oggi un conteggio pubblico e aggiornato dei comuni sardi con zero nati nell'anno, ed è una delle cose che renderebbe il fenomeno più leggibile a chi deve decidere.
Dove guardare questi numeri di persona
I dati citati qui sono tutti pubblici e consultabili: l'Istat pubblica ogni primavera gli Indicatori demografici e ogni autunno il report Natalità e fecondità della popolazione residente, con le tavole regionali scaricabili; il Crenos mette online l'intero volume del suo rapporto annuale sull'economia della Sardegna; Eurostat permette di confrontare le regioni europee una per una. Il resto si vede andando nei paesi dell'interno fuori stagione, dove la statistica diventa una strada senza bambini. Chi vuole capire come un paese sardo possa svuotarsi del tutto può partire dall'Argentiera, il villaggio minerario del nord-ovest rimasto in piedi dopo la chiusura della miniera, o da Montevecchio, e poi domandarsi quanti altri ci arriveranno senza che chiuda nessuna miniera. Anche la lingua sarda misura la stessa cosa da un'altra angolazione: si trasmette da una generazione all'altra, e una generazione che non nasce non la riceve.
Foto di copertina: Mbarrieau, CC BY 3.0, Wikimedia Commons




