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Michela Murgia: la voce del Sinis che ha cambiato la letteratura italiana
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Michela Murgia: la voce del Sinis che ha cambiato la letteratura italiana

Dalla laguna di Cabras a Accabadora: la storia di un'intellettuale che ha ridefinito i concetti di identità, famiglia e impegno civile.

Ci sono figure intellettuali capaci di abitare la propria terra d'origine non come un limite geografico, ma come una lente d'ingrandimento per decifrare le complessità del mondo intero. Michela Murgia, nata a Cabras il 3 giugno 1972 e scomparsa a Roma il 10 agosto 2023 all'età di soli 51 anni, è stata senza dubbio una di queste voci. Scrittrice, drammaturga, saggista e attivista per i diritti civili, ha saputo trasformare i codici ancestrali della cultura sarda in strumenti di critica sociale contemporanea, parlando di precarietà lavorativa, femminismo, teologia e modelli familiari alternativi con la stessa identica, tagliente lucidità.

La sua traiettoria letteraria e umana, partita dalle sponde salmastre del Sinis per raggiungere le vette della saggistica e della narrativa europea, rappresenta un unicum nel panorama culturale italiano. Attraverso romanzi straordinari come Accabadora e pamphlet dirompenti, Murgia ha costretto l'opinione pubblica nazionale a confrontarsi con temi scomodi, polarizzando il dibattito ma lasciando un'eredità intellettuale che continua a germogliare anche dopo la sua prematura scomparsa.

Le radici nel Sinis: Cabras e l'immaginario lagunare

Per comprendere la poetica di Michela Murgia è indispensabile partire da Cabras, il grande comune dell'Oristanese adagiato sulle sponde di una delle lagune più vaste d'Europa. Questo paesaggio d'acqua dolce e salata, dominato dal silenzio delle canne mosse dal maestrale e dal profilo delle imbarcazioni tradizionali in erba palustre, i fassonis, ha impresso un'impronta indelebile nella sua scrittura. Nel suo blog personale Il Mio Sinis, l'autrice ha descritto per anni la bellezza ruvida di questo territorio, sospeso tra la terraferma e il mare aperto, un luogo di frontiera dove la natura impone i suoi ritmi e le sue storie.

Cabras non è stato solo il luogo della nascita e dell'infanzia, ma una vera e propria scuola di narrazione. È in questo lembo di Sardegna, a pochi chilometri dalle rovine fenicie di Tharros, che Murgia ha assorbito le dinamiche della comunità matriarcale, la forza della trasmissione orale e la densità dei legami comunitari. Nel 2008, questa profonda conoscenza del territorio si è tradotta in Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede, una guida letteraria edita da Einaudi in cui la scrittrice accompagna il lettore lontano dalle spiagge del turismo di massa, svelando una Sardegna interna, rituale, fatta di pietre parlanti, miniere dismesse e sentieri poco battuti.

Questo legame viscerale con la propria terra non si è mai tradotto in sterile nostalgismo. Al contrario, per Murgia la Sardegna è sempre stata un laboratorio politico e sociale a cielo aperto, un punto di partenza per decostruire le narrazioni egemoniche imposte dall'esterno e per rivendicare il valore di una specificità culturale che rifiuta di farsi colonizzare.

L'esordio tragicomico: il mondo dei call center e il precariato

Prima di imporsi come romanziera di fama internazionale, Michela Murgia ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni del mercato del lavoro contemporaneo. Nel 2006, la sua vita cambia radicalmente grazie a un blog in cui racconta, con un'ironia feroce e disincantata, la sua esperienza quotidiana all'interno del call center della multinazionale Kirby, specializzata nella vendita di aspirapolvere. Quello che era nato come un diario online di sopravvivenza si trasforma rapidamente in un caso letterario.

Nello stesso anno, la casa editrice ISBN pubblica quei testi nel volume Il mondo deve sapere, un romanzo tragicomico che svela i meccanismi di manipolazione psicologica, sfruttamento e precariato selvaggio che si nascondono dietro le quinte del telemarketing. Il libro, strutturato come un diario di bordo in cui il grottesco si mescola alla denuncia sociale, mostra la straordinaria capacità dell'autrice di leggere i dettagli del quotidiano per farne metafora di una condizione generazionale collettiva.

L'opera riscuote un successo straordinario, tanto da ispirare l'adattamento teatrale omonimo diretto da David Emmer e, successivamente, il celebre film Tutta la vita davanti (2008) del regista Paolo Virzì. Con questo esordio folgorante, Murgia dimostra che la letteratura può e deve essere uno strumento di indagine politica, capace di dare voce a chi è confinato ai margini dei processi produttivi.

"Accabadora": il capolavoro della buona morte e dei figli d'anima

Il definitivo riconoscimento internazionale arriva nel 2009 con la pubblicazione di Accabadora (Einaudi), un romanzo potente e denso ambientato nella Sardegna rurale degli anni Cinquanta. Al centro della narrazione si staglia la figura di Bonaria Urrai, una sarta del paese immaginario di Soreni che nasconde un segreto indicibile: è l'accabadora, la donna che la comunità riconosce e rispetta perché incaricata di portare la "boona morte" ai malati terminali che ne fanno richiesta, ponendo fine alle loro sofferenze attraverso un gesto pietoso e definitivo.

«Non dire "ha ucciso". Bonaria Urrai ha aiutato il destino a compiersi quando il destino era pigro.»
— Michela Murgia, Accabadora

Il romanzo esplora con straordinaria delicatezza e rigore etico il tema dell'eutanasia, intrecciandolo con un'altra pratica tradizionale sarda di immenso valore antropologico: quella dei fillus de anima (figli d'anima). Si tratta di un'adozione affettiva, non codificata da leggi statali ma pienamente riconosciuta dalla comunità, in cui una famiglia con troppi figli affida uno di essi a una persona sola o a una coppia senza discendenza, creando un legame di cura e responsabilità reciproca svincolato dal sangue biologico. Nel romanzo, la giovane Maria Listru diventa la "figlia d'anima" di Bonaria Urrai, in un cammino di crescita che la porterà a scoprire la doppia natura della sua seconda madre.

Il successo di Accabadora è travolgente. Nel 2009 vince la sezione narrativa del prestigioso Premio Dessì e, nel 2010, si aggiudica sia il SuperMondello sia il Premio Campiello, oltre al Premio Molinello per la narrativa d'esordio. L'opera viene rapidamente tradotta all'estero, prima in tedesco per l'editore Wagenbach (2010) e successivamente in inglese da Sylvester Mazzarella per la casa editrice Counterpoint (2012), consacrando Michela Murgia come una delle voci più autorevoli della letteratura europea contemporanea.

Il dibattito antropologico sulla figura dell'accabadora

Il romanzo ha anche il merito di riaccendere un vivace dibattito in ambito accademico e antropologico sulla reale storicità della figura dell'accabadora. Gli studiosi delle università sarde e dell'ISRE (Istituto Superiore Regionale Etnografico) si sono a lungo divisi su questo tema.

Da un lato, alcuni ricercatori sostengono l'esistenza di riscontri d'archivio e testimonianze orali che attesterebbero l'effettiva presenza di queste figure terapeutiche e caritative nelle comunità pastorali più isolate della Sardegna fino ai primi decenni del Novecento. Dall'altro, una parte consistente della critica antropologica considera l'accabadora una pura costruzione folklorica, un mito nato dalla sedimentazione di racconti popolari sulla morte e sulla gestione comunitaria del fine vita, privo di prove documentarie scientificamente inoppugnabili. Murgia stessa ha sempre chiarito che la sua Bonaria Urrai era una sintesi letteraria, una figura mitologica usata per interrogare la coscienza del lettore moderno su temi universali come il diritto alla dignità nel dolore e la natura dei legami affettivi.

L'impegno politico: tra indipendentismo e battaglie civili

Per Michela Murgia la scrittura non è mai stata disgiunta dall'azione politica diretta. Contrariamente a quanto spesso sostenuto da una vulgata superficiale, che voleva la sua discesa in campo come un evento improvviso e privo di radici, l'autrice ha sempre coltivato un forte interesse per le dinamiche partitiche e civili. Già nel 2007, infatti, aveva sostenuto attivamente la candidatura di Mario Adinolfi alle elezioni primarie del neonato Partito Democratico, dimostrando un'attenzione precoce per i palcoscenici della politica nazionale.

Tuttavia, è nel solco dell'indipendentismo sardo che il suo impegno trova la sintesi più originale. Il 16 febbraio 2014, Murgia si candida alla presidenza della Regione Autonoma della Sardegna a capo della coalizione "Sardegna Possibile", un progetto politico che riunisce diverse anime del sardismo progressista e movimenti storici come iRS (Independence Republic of Sardinia) e ProgReS (Progetu Repùblica de Sardigna). La sua campagna elettorale, giocata sui temi della sovranità alimentare, della transizione ecologica, della valorizzazione della lingua sarda e del superamento della dipendenza economica dallo Stato centrale, scuote profondamente i vecchi equilibri politici dell'isola.

Murgia ottiene un risultato significativo, posizionandosi come terza forza elettorale con circa il 10% delle preferenze (pari a circa 75.000 voti). Pur non riuscendo a conquistare un seggio in Consiglio Regionale a causa dello sbarramento previsto dalla legge elettorale sarda, l'esperienza di "Sardegna Possibile" segna uno spartiacque, dimostrando la fattibilità di una proposta politica alternativa ai blocchi tradizionali di centro-destra e centro-sinistra. Nello stesso anno, segnato da una forte esposizione pubblica e personale, si conclude con il divorzio il suo matrimonio con l'informatico bergamasco Manuel Persico, sposato nel 2010.

La Nuova Letteratura Sarda e l'invenzione della "Matria"

L'opera di Michela Murgia si colloca a pieno titolo all'interno di quella fortunata stagione critico-letteraria nota come "Nuova letteratura sarda". Questa corrente, che ha visto protagonisti autori del calibro di Sergio Atzeni, Salvatore Mannuzzu, Giulio Angioni, Bianca Pitzorno, Marcello Fois, Salvatore Niffoi e Flavio Soriga, ha ridefinito l'identità letteraria dell'isola a cavallo tra il XX e il XXI secolo. Questi scrittori hanno saputo superare gli stereotipi della Sardegna come terra arcaica e immutabile, proponendo narrazioni complesse, capaci di dialogare con la modernità senza smarrire la memoria storica e linguistica del proprio territorio.

In questo contesto, Murgia si distingue per una straordinaria capacità di innovazione linguistica e concettuale. Il 15 novembre 2017, in un editoriale pubblicato sulla rivista L'Espresso, la scrittrice propone l'uso del neologismo "Matria". Con questo termine, l'autrice intende scardinare il concetto tradizionale di "Patria", storicamente legato a dinamiche di confine, difesa militare, gerarchia e appartenenza identitaria escludente. La "Matria", al contrario, viene definita come uno spazio metaforico di accoglienza, inclusione, cura e cittadinanza basata sulla condivisione di valori civili anziché sul sangue o sul suolo.

Il termine riscuote una tale risonanza culturale da venire inserito ufficialmente, nel 2019, tra i neologismi dell'anno dall'Enciclopedia Treccani. Come ogni proposta di rottura operata da Murgia, anche la "Matria" solleva un acceso dibattito intellettuale: se da un lato viene salutata con entusiasmo dai movimenti femministi e progressisti come un orizzonte utopico necessario, dall'altro viene duramente contestata da saggisti e commentatori di area conservatrice (tra cui Diego Fusaro e Luca Romano), che vi leggono una forzatura ideologica volta a indebolire le radici storiche dell'identità nazionale.

La famiglia queer e la rivoluzione delle relazioni

Negli ultimi anni della sua vita, l'attività pubblicistica e saggistica di Michela Murgia si concentra con forza sempre maggiore sulla critica del patriarcato e sulla decostruzione dei ruoli di genere tradizionali. Opere come Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (2021) e God Save the Queer. Catechismo femminista (2022) diventano veri e propri best-seller, capaci di accendere discussioni quotidiane nelle case, nelle scuole e sui media.

In questo percorso intellettuale, Murgia compie un'operazione teorica straordinaria: recupera l'antico concetto sardo dei fillus de anima per proporlo come base culturale e storica per la definizione di "famiglia queer". Per la scrittrice, la famiglia non deve essere necessariamente definita dal vincolo biologico del sangue o dal contratto matrimoniale eteronormativo, ma può fondarsi su reti di affettività scelta, coabitazione, cura reciproca e genitorialità condivisa.

«La famiglia queer non è un'eccezione bizzarra, ma la restituzione di una verità storica che in Sardegna abbiamo sempre praticato sotto il nome di figli d'anima.»
— Michela Murgia

Questa riflessione teorica si fa carne e testimonianza negli ultimi mesi della sua esistenza. Il 6 maggio 2023, in una memorabile e commovente intervista rilasciata al giornalista Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera, Michela Murgia rivela pubblicamente di essere affetta da un adenocarcinoma renale al quarto stadio con metastasi diffuse, precisando di avere ormai pochi mesi di vita e di aver rifiutato i trattamenti terapeutici invasivi a favore delle cure palliative. In quell'occasione, annuncia la volontà di dedicare il tempo rimasto a formalizzare i legami della sua famiglia queer.

Il 15 luglio 2023, in un gesto di profondo valore politico e civile compiuto in articulo mortis, sposa l'attore e regista Lorenzo Terenzi. L'unione, celebrata alla presenza dei suoi "figli d'anima" e degli amici più cari, viene definita dalla stessa scrittrice come un atto di denuncia contro l'arretratezza della legislazione italiana, che non riconosce alcuna tutela giuridica ai legami affettivi non tradizionali in momenti drammatici come la malattia e la gestione dell'eredità.

I funerali a Roma e l'eredità postuma

La scomparsa di Michela Murgia, avvenuta a Roma il 10 agosto 2023, suscita un'ondata di commozione collettiva che attraversa l'intera penisola. Il 12 agosto 2023 si celebrano i funerali solenni nella basilica di Santa Maria in Montesanto, la celebre "Chiesa degli Artisti" in Piazza del Popolo a Roma. La piazza si riempie di migliaia di persone: lettori, attivisti, cittadini comuni accorsi per dare l'ultimo saluto a una donna che aveva fatto del coraggio della parola la propria missione.

Al termine della cerimonia sul sagrato della basilica, alla presenza di intellettuali e amici intimi della scrittrice come Roberto Saviano, Chiara Valerio e Lella Costa, la folla intona spontaneamente le note di Bella ciao. È un momento di straordinaria intensità emotiva, che trasforma il lutto privato in un rito civile collettivo, coerente con una vita interamente spesa per la difesa della libertà e della giustizia sociale.

La voce di Michela Murgia, tuttavia, non si è spenta con la sua morte fisica. Grazie al lavoro dei curatori editoriali Alessandro Giammei e Beppe Cottafavi, la sua eredità letteraria ha continuato a arricchirsi di pubblicazioni postume di grandissimo rilievo:

  • Dare la vita (Rizzoli, gennaio 2024): un saggio curato da Alessandro Giammei che raccoglie le ultime riflessioni dell'autrice sulla gestazione per altri, la maternità e il concetto di famiglia queer.
  • Ricordatemi come vi pare (Mondadori, aprile 2024): un'opera intima e autobiografica, curata da Cottafavi e Giammei, che ripercorre le tappe fondamentali della sua vita attraverso dialoghi e confessioni.
  • Morgana. Il corpo della madre (Mondadori, aprile 2024): scritto in collaborazione con Chiara Tagliaferri, prosecuzione del fortunatissimo progetto di podcast Morgana dedicato a figure femminili fuori dagli schemi.
  • Anna della pioggia e altri racconti ritrovati (Einaudi, 2025): una raccolta di testi brevi inediti in cui riemergono le atmosfere magiche e sospese della Sardegna rurale.
  • Lezioni sull'odio (Einaudi, 2026): una raccolta sistematica dei suoi interventi saggistici dedicati all'analisi del linguaggio d'odio nella sfera pubblica e sui social network.

Michela Murgia ha dimostrato che si può essere profondamente sardi essendo allo stesso tempo cittadini del mondo, e che la letteratura è il luogo in cui le ferite del presente possono essere trasformate in feritoie da cui guardare il futuro.

Foto di copertina: Rita Puddu, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Scorcio_dello_stagno_di_Cabras.jpg)

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