Il 20 luglio 1258, sulla riva orientale di uno stagno alle porte di Cagliari, il giudice di Càralis e i suoi alleati genovesi si arresero. Quello che venne dopo non fu una resa qualsiasi: la capitale, Santa Igia, fu rasa al suolo e non venne mai più ricostruita. Il regno che la governava — il più esteso e il più ricco dei quattro in cui la Sardegna era divisa da quattro secoli — smise di esistere nel giro di poche settimane, e il suo territorio fu diviso in tre fra i vincitori.
È la prima puntata di una storia in quattro parti, una per ogni giudicato. E conviene cominciare da qui, perché Cagliari pone subito la domanda scomoda: perché il più ricco è stato anche il primo a sparire, con un secolo e mezzo di anticipo sull'ultimo?
Quattro regni nati da un impero che si allontana
I giudicati non nascono da una rivoluzione. Fra l'VIII e il IX secolo l'autorità bizantina sulla Sardegna diventa via via inefficace: le comunicazioni con Costantinopoli si diradano, le incursioni arabe nel Tirreno rendono il mare pericoloso, e le due cariche che reggevano l'isola — il praeses, civile, e il dux, militare — finiscono per concentrarsi in una sola figura, lo iudex Sardiniae. Questo giudice unico affida le quattro circoscrizioni periferiche, le partes, ad altrettanti luogotenenti, i lociservatores. Nel corso dei decenni quei luogotenenti smettono di essere delegati e diventano sovrani: nascono i quattro regni di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, che riaffiorano nella documentazione dopo il Mille già pienamente organizzati.
Lo storico del diritto Enrico Besta, che alla voce Giudicati dell'Enciclopedia Italiana dedicò nel 1933 una delle sintesi ancora oggi più citate, insisteva proprio su questo: l'ordinamento giudicale non rompe con il passato bizantino, lo prolunga. La prova sta nei titoli. I sovrani sardi si chiamano iudices de logu e anche reges, ma a Cagliari il giudice porta a lungo il titolo greco di arconte ed è fregiato della dignità di protospatario: un re locale che continua a firmarsi con un titolo di Costantinopoli, secoli dopo che Costantinopoli ha smesso di contare sull'isola.
Sotto il giudice, il territorio era diviso in curatorie: distretti formati da un gruppo di villaggi, le biddas, dipendenti da un capoluogo. Il curatore era nominato dal giudice a tempo determinato — non era un feudatario, non ereditava nulla — e regolava l'uso delle terre pubbliche, gestiva il servizio armato, presiedeva il tribunale. Al vertice stava la corona de logu, l'assemblea che giudicava e amministrava insieme al sovrano.
Il giudicato di Cagliari, o Calari, si estendeva su una superficie stimata intorno ai 6.000 chilometri quadrati — la cifra viene dalla scheda della Regione Sardegna, è l'unica che circoli, ed è bene prenderla per quello che è: una stima. Per confronto, Arborea ne aveva circa 4.500. Era il più grande, e la scheda regionale lo definisce anche, senza mezzi termini, il più ricco.
Quella ricchezza non era un'impressione: era fatta di cose che si caricavano su una nave. Dal giudicato partivano sale, grano, orzo, pelli, lana e piombo, e arrivavano a Pisa e a Genova. Il Campidano di Cagliari dava i terreni cerealicoli più produttivi dell'isola; l'Iglesiente, all'estremità occidentale, dava i metalli, su filoni che in Sardegna si scavavano già in epoca preistorica, come abbiamo raccontato parlando delle prime miniere dell'isola.
Il bene più strategico, però, era il sale. Quanto contasse lo si capisce da un dettaglio: nel 1256, quando il giudice di Cagliari firmò un trattato internazionale con la Repubblica di Genova, fra le clausole che si impegnò a rispettare c'era la garanzia dell'esportazione del sale. Non una concessione commerciale fra le tante: una delle quattro condizioni messe nero su bianco in un patto fra Stati.
Un regno così non poteva passare inosservato. Pisa e Genova se lo contendevano da due secoli: nel 1015-1016 l'attacco di Mujāhid ibn Allāh al-ʿĀmirī alle coste sarde aveva spinto papa Benedetto VIII a chiamare le due repubbliche marinare in soccorso dell'isola. Respinto l'attacco, i loro mercanti rimasero, e il commercio crebbe senza più fermarsi.
1217: la collina ceduta ai Pisani
Il colpo decisivo, però, non fu militare. Fu una concessione.
Nel 1217 la giudicessa Benedetta de Lacon-Massa cedette alla comunità mercantile pisana il colle che si alza a nord-est della sua capitale. Lì i Pisani costruirono il Castellum Castri de Callari — il Castello di Castro — e la chiesa di Santa Maria. Una città fortificata interamente loro, a poca distanza dalla corte giudicale.
Sulla data esatta gli storici discutono ancora: c'è chi colloca l'impianto del Castellum Castri già al 1215, chi alla cessione del 1217, chi distribuisce la costruzione lungo il quindicennio successivo. Il dibattito è così vivo che un saggio dell'Università di Cagliari lo intitola, letteralmente, «Castrum novo Montis de Castro» e l'origine della Cagliari pisana: una questione ancora discussa. Non è pignoleria: stabilire se la fortezza arrivò prima o dopo l'atto dice se Benedetta concesse qualcosa o ratificò un fatto compiuto.
Quello che non è in discussione è il risultato. Da quel momento sul golfo convivono due poteri incompatibili a pochissimi chilometri l'uno dall'altro: la corte giudicale a Santa Igia, in una città bassa e lagunare protetta dalle paludi, e una roccaforte pisana su un colle che la domina. Chi sta sul colle vede l'altra. Chi sta in basso, no.
Per i quarant'anni successivi il giudicato è formalmente indipendente e sostanzialmente ipotecato. I suoi giudici appartengono già ai marchesi di Massa, casata pisana sul trono cagliaritano dal XII secolo: non stranieri che invadono, ma parenti che amministrano.
Chiano cambia padrone, e ci muore sopra
Poco dopo il 1250 sale al trono Chiano, cioè Giovanni Torchitorio V, dei marchesi di Massa, con madre della famiglia arborense dei Serra. Come i predecessori, deve prestare giuramento a Pisa. Non si sa dove e quando sia nato; si sa che restò celibe e morì senza figli, e che il 23 settembre 1254 dettò un testamento in cui istituiva eredi universali i cugini Guglielmo e Rinaldo Cepolla. Quel testamento, scritto quando nessuno aveva fretta, diventerà decisivo due anni dopo.
Nel febbraio 1256 Chiano decide di rovesciare il tavolo. Manda dei procuratori a Genova per stringere un'alleanza contro Pisa. Il patto è firmato il 20 aprile e ratificato il 25 maggio 1256, nella cattedrale del castello. Le condizioni che il giudice accetta raccontano quanto fosse disperata la situazione: cedere il castello ai Genovesi, riconoscere la cittadinanza genovese, garantire l'esportazione del sale e sposare una giovane genovese. In pratica, Chiano cambia padrone sperando che il nuovo sia meno invadente.
Genova risponde sul serio. Nel corso dello stesso 1256 nomina Simone Guercio e Niccolò Cigala ammiragli di una squadra di ventiquattro galee e li manda in Sardegna a consolidare le posizioni genovesi nel giudicato. È una flotta di tutto rispetto, ma arriva tardi.
Perché i Pisani non aspettano. Assaltano il castello, e in quell'assalto Chiano viene sconfitto e catturato. Muore prigioniero in una data che le fonti riescono a stringere solo fra il 17 luglio e il 15 ottobre 1256, prima che i soccorsi arrivino.
Qui va corretto un errore che circola parecchio: Chiano e Guglielmo III non sono la stessa persona. Si legge spesso di un "Guglielmo III Salusio VI detto Chiano", come se l'ultimo giudice avesse due nomi. Sono due uomini e due regni consecutivi — e serve proprio a questo il testamento del 1254. Alla morte di Chiano il titolo passa infatti al cugino ed erede Guglielmo (III) Cepolla, quello che le cronologie chiamano Guglielmo III Salusio VI.
Il 15 ottobre 1256 Guglielmo accetta di consegnare all'ammiraglio Simone Guercio anche la città di Santa Igia — la capitale, non un avamposto — e riceve da lui l'investitura del giudicato come vassallo del Comune di Genova. Lo stesso giorno, nelle mani del Guercio, si prestano i giuramenti di fedeltà. Il regno di Cagliari ha smesso di essere indipendente: ha solo cambiato sovrano lontano.
La reazione arriva appena Pisa è libera di muoversi. Fatta pace con Lucca e Firenze, la repubblica toscana lancia la controffensiva, guidata dai Gherardesca di Donoratico e da Guglielmo di Capraia, giudice d'Arborea. Ed è questo che rende la caduta di Cagliari una storia sarda e non solo una guerra fra repubbliche marinare: alla coalizione partecipano gli altri tre giudicati. Arborea, Torres e Gallura combattono contro Cagliari.
Le resistenze genovesi cedono nel giro di un anno e mezzo. L'assedio della capitale comincia nel 1257; il 20 luglio 1258 il giudice e i Genovesi si arrendono. Santa Igia viene distrutta, e Guglielmo III finisce esule a Genova, dove muore. Con lui il giudicato di Cagliari cessa di esistere come entità autonoma.
La capitale non venne ricostruita, e non è un modo di dire. Nel 1258 stesso la sede cattedrale fu istituita a Santa Maria di Castello, dentro la fortezza pisana sul colle: la cattedrale della città distrutta si trasferì in casa dei vincitori, e il baricentro di Cagliari si spostò in alto, dov'è rimasto.
Il regno diviso in tre
Sempre nel 1258 il territorio fu spartito. Tre quote, tre vincitori:
| Quota | A chi va | Dove |
|---|---|---|
| Terzo nord-orientale | Giovanni Visconti, giudice di Gallura | Ogliastra, Sarrabus |
| Terzo centro-settentrionale | Guglielmo di Capraia, giudice d'Arborea | la fascia verso l'Arborea |
| Terzo occidentale | Gherardo e Ugolino della Gherardesca, conti pisani | Sulcis e Iglesiente |
L'ultima riga è quella dal seguito più clamoroso. Il terzo occidentale toccò ai Della Gherardesca di Donoratico, la famiglia di quel conte Ugolino che Dante avrebbe messo nel trentatreesimo canto dell'Inferno. Ugolino capì cosa aveva in mano — non terra da coltivare, ma montagne piene d'argento e di piombo — e fece fondare una città nuova apposta per estrarlo: Villa di Chiesa, l'odierna Iglesias. Sulla data le fonti non concordano: il Comune di Iglesias la fissa al 1282, la prima attestazione del toponimo Villa Ecclesiae è del 1272. Diciamo gli anni Settanta-Ottanta del Duecento.
Sul risultato, invece, concordano: all'inizio del XIV secolo nelle miniere di Villa di Chiesa si produceva circa il 10% dell'argento in circolazione in Europa. Un decimo dell'argento europeo usciva da un pezzo di Sardegna che pochi decenni prima era una curatoria di un regno sconfitto. Nel 1324, dopo un assedio di più di sette mesi, la città si arrese agli Aragonesi: prima città sarda a cadere sotto il dominio iberico, un primato che somiglia molto a quello del giudicato da cui era nata.
Perché proprio il più ricco
Messi in fila, i quattro regni finiscono così: Cagliari nel 1258, Torres nel 1259, Gallura nel 1298, Arborea nel 1410. Il più ricco è caduto per primo, e l'ultimo ha resistito centocinquantadue anni in più.
Non è un paradosso, se si guarda la sequenza. La ricchezza di Cagliari era concentrata e trasportabile — sale, grano, metalli, tutta roba che si carica in un porto — e il regno era esattamente là dove Pisa e Genova avevano bisogno di uno scalo: il più appetibile e il più facile da raggiungere. Poi c'è la geografia della capitale. Santa Igia stava in basso, su una laguna, protetta dalle paludi: una difesa ottima contro le incursioni dal mare, pessima contro una fortezza costruita sul colle che la sovrastava. Dal 1217 in poi il giudicato ha avuto un corpo estraneo dentro casa, a pochi chilometri dal palazzo.
E infine la mossa del 1256. Passare da Pisa a Genova non era irragionevole — era il tentativo di usare una potenza contro l'altra — ma trasformò una pressione economica in una guerra aperta, con il giudicato nel mezzo e senza un esercito proprio capace di reggerla. Chiano morì prigioniero prima che arrivassero le galee che aveva chiamato. Suo cugino consegnò la capitale sperando in una protezione che non resse due anni. Arborea, che nel 1258 stava dalla parte dei vincitori, restò in piedi fino al 1410: l'unico dei quattro che la caduta di Cagliari l'abbia guardata da fuori.
5 cose che di solito non si raccontano
1. L'ultimo giudice non si chiamava Chiano
Si legge quasi ovunque di "Guglielmo III Salusio VI, detto Chiano", come se fosse un uomo solo con due soprannomi. Sono due giudici consecutivi: Chiano, cioè Giovanni Torchitorio V, regna dal 1250 circa e muore prigioniero dei Pisani nel 1256; Guglielmo III Cepolla è suo cugino, erede designato nel 1254, e perde il regno due anni dopo averlo ricevuto.
2. Un re sardo con un titolo di corte bizantina
Mentre Pisa e Genova si spartivano i suoi commerci, il giudice di Cagliari continuava a fregiarsi del titolo di arconte e della dignità di protospatario: cariche della corte di Costantinopoli. Non era una posa antiquaria, ma il segno che i giudicati si consideravano la continuazione legittima dell'ordinamento bizantino.
3. Il sale era materia da trattato internazionale
Nel patto con Genova del 1256, fra le quattro condizioni che Chiano accettò c'era la garanzia dell'esportazione del sale, al pari della cessione del castello e del suo stesso matrimonio. Le saline del golfo erano uno degli asset per cui valeva la pena firmare un'alleanza militare.
4. A distruggere Santa Igia furono anche i sardi
La versione corta dice "i Pisani rasero al suolo la capitale". Quella documentata è meno comoda: alla coalizione parteciparono gli altri tre giudicati, e la controffensiva fu guidata dai Gherardesca insieme a Guglielmo di Capraia, giudice d'Arborea, che a vittoria ottenuta si prese un terzo del territorio. Non fu solo una conquista dall'esterno: fu anche una spartizione fra vicini.
5. La capitale è sotto un piazzale
Santa Igia non è un'area archeologica da visitare: i suoi resti stanno sotto i cavalcavia e i capannoni fra il porto industriale di Cagliari e l'aeroporto. Gli scavi si sono fatti a margine dei lavori stradali, in fretta: basi di mura e di case, l'esedra di un edificio aristocratico, mosaici, strade lastricate. Pezzi slegati, perché il resto è sotto il cemento.
Dove si vede, oggi
Di un regno durato quattro secoli resta poco da guardare, ma quel poco è in piedi.
- La Torre di San Pancrazio, Cagliari. Si alza sul colle che Benedetta cedette ai Pisani nel 1217, nel quartiere che da quella fortezza prende ancora il nome: Castello. È aperta sul lato verso la città, con i ballatoi di legno a vista, e dalla cima si vede verso ovest la laguna dove stava la capitale che quella fortezza ha contribuito a far sparire.
- La cattedrale di Santa Maria di Castello, Cagliari. È la sede episcopale istituita nel 1258, l'anno stesso della distruzione: la cattedrale che prende il posto di quella rasa al suolo, dentro le mura dei vincitori.
- La laguna a ovest di Cagliari. Lungo la statale 195 e sulla strada per l'aeroporto di Elmas si costeggia lo specchio d'acqua sulla cui riva orientale sorgeva Santa Igia. Non c'è niente da vedere, e in un certo senso è quello il punto.
- Iglesias. Le mura sopra il centro storico le alzarono i conti che si erano presi il terzo occidentale del giudicato: è lì che la ricchezza di Calari è andata a finire.
La storia continua con Torres, che sopravvisse a Cagliari esattamente un anno. Per com'era l'isola prima dei giudicati c'è il pezzo sui secoli vandalici e bizantini; per un'altra capitale che ha cambiato posto e nome, quello su Tharros e il Sinis.
Foto di copertina: Crimao, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons




