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Gallura, il giudicato con la capitale sul mare
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Gallura, il giudicato con la capitale sul mare

Nel 1296 muore l'ultimo giudice di Gallura. L'erede ha cinque anni, non entrerà mai in possesso del regno e nel 1323 vive di sussidio a Firenze.

Nel 1296 muore in Sardegna un uomo di trent'anni che a Pisa aveva governato accanto al conte Ugolino della Gherardesca, che Dante Alighieri avrebbe messo in Purgatorio e che era, sulla carta, il sovrano del quarto dei regni sardi. Si chiamava Nino Visconti ed era il giudice di Gallura. L'erede che lascia è una bambina di circa cinque anni, Giovanna. Non entrerà mai in possesso del regno: nel 1300 la Gallura è amministrata da un vicario di Pisa, nel 1308 Giovanna viene sposata a un signore di Treviso che quattro anni dopo è assassinato, e nel 1323 vive a Firenze mantenuta da un sussidio del Comune.

È la terza puntata di una storia in quattro parti, una per ogni giudicato. E la Gallura la racconta meglio di tutte, perché qui il regno non viene abbattuto da un assedio: viene ereditato da chi non può difenderlo.

Il più piccolo dei quattro, e l'unico affacciato sul mare

I quattro regni sardi nascono tutti allo stesso modo, e la cosa l'abbiamo raccontata nella puntata su Cagliari: fra l'VIII e il IX secolo l'autorità bizantina sull'isola si allenta, le due cariche che la reggevano si fondono nello iudex Sardiniae, e i luogotenenti delle quattro circoscrizioni periferiche — i lociservatores delle partes — smettono di essere delegati e diventano sovrani. Sotto di loro il territorio è diviso in curatorie, gruppi di villaggi, le biddas, retti da un curatore nominato a tempo; al vertice c'è l'assemblea, la corona de logu.

La Gallura è il più piccolo dei quattro per superficie, per popolazione e per gettito: un regno di granito, boschi e pascoli, con la ricchezza concentrata sulla fascia costiera e sulle Baronie a nord di Nuoro. Ma ha una cosa che nessun altro ha, e che a prima vista sembra una debolezza: la capitale sta sul mare.

Si chiama Civita, sorge sulle rovine della città romana di Olbia, e il toponimo compare per la prima volta in un documento nel 1113. Negli altri giudicati, nello stesso periodo, succede l'inverso: a Torres la corte abbandona la costa malarica e battuta dalle incursioni e si sposta verso l'interno, prima ad Ardara e poi nell'orbita di Sassari; a Cagliari la capitale, Santa Igia, sta in una zona lagunare protetta dalle paludi. La Gallura no. Tiene la sede del regno su un porto, dentro un golfo aperto verso la penisola italiana.

Non è distrazione: è il punto. Da quel golfo si guarda la Toscana, e la Toscana guarda indietro.

Una cattedrale di granito e mattoni, tirata su in tre riprese

Di Civita capitale resta pochissimo. Le mura con lo stemma giudicale sulla porta non ci sono più; del palazzo e della cripta giudicale si parla a proposito di un'area del centro di Olbia, nei pressi di corso Umberto, ma è un indizio archeologico, non un monumento da visitare. Quello che si vede, e si vede benissimo, è la chiesa.

La basilica di San Simplicio fu voluta dai giudici di Gallura — la tradizione lega l'avvio al giudice Costantino III, fra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII — e fu costruita in tre fasi distinte, che si leggono ancora nei muri. Nella seconda metà dell'XI secolo si alzano l'abside, i pilastri, le colonne e parte delle navate; nei primi decenni del XII arrivano la copertura e il completamento delle navate e dei muri perimetrali; a metà del XII secolo viene eretta la facciata. La tecnica è mista, granito e mattoni nello stesso paramento, e il risultato è un edificio che in Gallura non ha eguali: in una regione dove il romanico è raro, questa è la basilica romanica meglio conservata dell'intera Sardegna.

Due dettagli raccontano più di una pianta. Il primo: la chiesa è nata come cattedrale della diocesi di Civita, e lo è rimasta fino al 1839, quando la diocesi venne soppressa. Un nome di città sparito nel Duecento è sopravvissuto per altri cinque secoli e mezzo come nome di una diocesi.

Il secondo: sotto la chiesa e sotto la piazza che le sta davanti c'è una necropoli, romana e poi cristiana, dove furono sepolti i martiri olbiesi. I giudici non hanno scelto un terreno libero: hanno messo la cattedrale sopra il cimitero della città antica, cioè sopra l'unica cosa che a Civita era più vecchia di loro.

1205, o forse 1207: il matrimonio che consegna il regno

La dinastia indigena di Gallura, i Lacon-Gunale, finisce con una donna. Elena, figlia del giudice Barisone, eredita il regno alla morte del padre ed è la prima sovrana regnante della Sardegna: non una reggente, una titolare.

Poi sposa un pisano, Lamberto Visconti, e con lui i diritti sul giudicato entrano in una casata toscana. Sulla data gli storici non vanno d'accordo. L'Enciclopedia Treccani scrive che Elena "portò i suoi diritti sulla Gallura al marito Lamberto Visconti di Pisa" nel 1205; altre cronologie fissano le nozze al 1207. Due anni di differenza su un matrimonio di ottocento anni fa non cambiano la sostanza, ma dicono quanto sia sottile la documentazione su cui poggia tutta la vicenda.

Da lì in avanti la linea è pisana e si legge come un elenco di successioni ordinarie: Lamberto regna fino al 1225; il figlio Ubaldo Visconti dal 1225 al 1238, sposato con Adelasia di Torres — la giudicessa che nel 1259 porterà all'estinzione del regno del nord — ma senza discendenza diretta; il cugino Giovanni Visconti dal 1238 al 1275.

Ed è a Giovanni che tocca il passaggio più rivelatore. Nel 1258, quando la coalizione guidata da Pisa rade al suolo Santa Igia e il giudicato di Cagliari viene spartito in tre, uno dei tre terzi — quello nord-orientale, Ogliastra e Sarrabus — va proprio a lui, giudice di Gallura. Il regno più piccolo dei quattro partecipa alla spartizione del più ricco e ne esce ingrandito. Trentotto anni dopo sarà lui a sparire.

Nino Visconti, il giudice che Dante mise in Purgatorio

Nino Visconti eredita il titolo nel 1275 dal padre Giovanni, ed è ancora un bambino: è nato a Pisa nel 1265. La sua biografia, però, non si svolge quasi mai in Sardegna.

Per parte di madre è nipote di Ugolino della Gherardesca, il conte che Dante avrebbe messo nel trentatreesimo canto dell'Inferno, e con lui regge Pisa: nel 1286 nonno e nipote emanano insieme documenti di governo. Poi i due si dividono, la città cambia padrone, e Nino finisce dalla parte sbagliata. Accusa davanti alla Santa Sede l'arcivescovo Ruggieri per l'eccidio dei Gherardesca, combatte la guerra guelfa contro la sua stessa città, e nel 1293 è capitano generale della Taglia di Toscana, cioè comanda la lega militare delle città guelfe.

Dopo la pace del luglio 1293 non può rientrare a Pisa. Nel 1293-94 si sposta a Genova, e poi — solo allora — nel suo giudicato di Gallura. È un dettaglio che spiega molto: l'ultimo sovrano del regno arriva a governarlo di persona perché non ha più nessun altro posto dove stare.

Muore nel 1296, "nel fiore degli anni", e chiede che il cuore sia portato a Lucca. Dante lo incontra nel Purgatorio (canto VIII, versi 46-84) e lo chiama "giudice Nin gentile": è l'unica testimonianza sicura di un'amicizia fra i due, e vale più di qualunque cronaca, perché fissa la Gallura in un testo che in Europa avrebbero letto per sette secoli.

Nel 1296 il giudicato di Gallura ha un sovrano famoso in tutta la Toscana, un posto nella Divina Commedia e nessuno in grado di raccoglierne l'eredità.

Giovanna, giudicessa senza giudicato

L'erede è Giovanna Visconti, figlia unica di Nino e di Beatrice d'Este, nata poco prima del 1291: nel 1300 ha circa nove anni. È giudicessa di Gallura di titolo, e soltanto di titolo. Del regno non entra mai in possesso.

Sui suoi diritti si muovono tutti: Pisa, Genova, Napoli, l'Aragona e il Papato, ciascuno con un progetto di matrimonio che le farebbe cambiare schieramento. Nel 1308 viene data in sposa a Rizzardo da Camino, signore ghibellino di Treviso. Il matrimonio non dà figli e finisce di colpo: Rizzardo è ucciso nell'aprile 1312, e le lascia dei legati in denaro.

Il resto è una discesa documentata riga per riga. Nel 1323 Giovanna vive a Firenze in povertà, con un sussidio del Comune. Muore a Milano nel 1334, poco dopo la madre. Dante la nomina in Purgatorio VIII, nei versi in cui suo padre parla di lei con tenerezza e chiede preghiere: è l'unico legame affettivo che gli resta sulla terra, dice il testo. La bambina per cui un giudice chiede preghiere in un poema morirà mantenuta dalla carità pubblica di un'altra città.

Intanto, in Sardegna, dal 1300 la Gallura è sottoposta direttamente a Pisa tramite un vicario.

1296 o 1298: quando finisce davvero un regno

Le date della fine sono due, e vale la pena tenerle separate invece di sceglierne una.

Il 1296 è l'anno della morte di Nino: finisce la dinastia regnante, e il potere effettivo passa a Pisa. Il 1298 è la data che la scheda archeologica della Regione Sardegna attribuisce alla caduta istituzionale del giudicato. In mezzo ci sono due anni in cui il regno esiste ancora sulla carta, con una titolare bambina e nessuno che la rappresenti sul posto.

Pisa, da parte sua, non si limita a prendere il controllo: cancella la capitale. Civita viene sostituita da un nuovo centro fortificato, Terranova, ridisegnato sui traffici marittimi della repubblica. Il nome sardo e gallurese della città — Terranoa, Tarranoa — viene da lì. Il toponimo Olbia tornerà solo nel Novecento.

E non fu un colpo di mano. Fra il matrimonio di Elena, nel 1205 o 1207, e il vicario pisano del 1300 passano quasi cento anni: tre generazioni di giudici con cognome toscano, legami di parentela con le famiglie di Pisa, e un regno che perde l'indipendenza un pezzo alla volta, per via ereditaria e non per conquista. Quando la Gallura smette di esistere, nessuno ha dovuto distruggere una città per ottenerlo — a differenza di quanto era successo quarant'anni prima a Santa Igia.

5 cose che di solito non si raccontano

  1. Tempio Pausania non è mai stata la capitale. Le guide e la tradizione locale accreditano volentieri Tempio come cuore del giudicato, citando una presunta "casa di Nino Visconti" presso piazza Gallura. Le fonti dicono altro: Tempio compare come Templo in un documento del 1173, un accordo fra la Primaziale di Pisa e il vescovo di Civita, ed era il capoluogo della curatoria di Gemini. La capitale, la sede vescovile e la residenza giudicale privilegiata erano a Civita, sul mare. Della casa non esiste documento che ne provi l'uso abitativo.

  2. La corte non stava ferma. La capitale era una sola, ma i giudici di Gallura passavano parte dell'anno nelle residenze fortificate dell'interno: i castelli di Balaiana e di Baldu a Luogosanto, e il castello sopra Posada, all'estremo sud del regno. Sulla regolarità di queste trasferte gli specialisti sono prudenti, perché i riscontri d'archivio continuativi mancano: è una consuetudine riportata dalla storiografia, non un calendario documentato.

  3. Il nome di un castello viene da una colomba. Il castello di Posada si chiama "della Fava" per una leggenda del XIII secolo: gli assediati, allo stremo, avrebbero rimpinzato di fave una colomba e l'avrebbero lasciata cadere nell'accampamento nemico. Vedendo il gozzo pieno, gli assedianti avrebbero concluso che dentro le mura il cibo abbondava, e se ne sarebbero andati. È una leggenda e va presa per tale: la scheda della Regione la registra come origine del nome, non come fatto.

  4. Il cuore a Lucca. Nino Visconti morì in Sardegna, ma chiese che il suo cuore venisse portato a Lucca. Un sovrano sardo che governa un regno sul mare, muore nel regno e manda il cuore in Toscana: è la sintesi più breve di cosa fosse diventata la dinastia dopo tre generazioni di matrimoni pisani.

  5. La capitale dimenticata è oggi la città più grande della Gallura. Civita cancellata, ribattezzata Terranova e ridotta a borgo murato, è tornata a chiamarsi Olbia e oggi conta 61.790 abitanti: quasi cinque volte Tempio Pausania, che ne ha 12.869. Il porto che nel Duecento era il punto debole del regno è esattamente la ragione per cui quella città, otto secoli dopo, è il centro economico del nord-est.

Dove si vede, oggi

Di un regno durato quattro secoli restano una basilica e due castelli, tutti e tre in piedi e tutti e tre visitabili.

La basilica di San Simplicio, Olbia

Sta a un chilometro scarso dal porto, su un rialzo appena fuori dal centro storico moderno, in una piazza lastricata che oggi la circonda su tre lati. Da guardare: la facciata a capanna in conci di granito, la trifora in alto, il campanile a vela, e il contrasto fra i blocchi di granito e i corsi di mattoni rossi negli archi. È una chiesa aperta al culto, non un'area archeologica.

Il castello di Pedres, Olbia

Cinque chilometri a sud della città, su una roccia di granito a circa 140 metri di quota. Due cinte murarie su livelli diversi: la prima quadrangolare, a mezza costa; la seconda poligonale, attorno alla cima. In alto restano una torre quadrata alta una decina di metri in blocchi di granito e tufo, un edificio rettangolare con volte a crociera, una cisterna. Costruito con ogni probabilità nel XIII secolo sotto i Visconti, a metà del Trecento fu affidato ai cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme e poi passò agli Aragonesi. Si raggiunge a piedi, con una salita breve ma ripida.

Il castello della Fava, Posada

Torre quadrata con coronamento merlato dentro una cinta quadrangolare irregolare, con cisterne, sopra il borgo arroccato di Posada, a 56 chilometri da Nuoro lungo la statale 125. Sulla data di costruzione la Regione è esplicita: dati affidabili non ce ne sono, si presume che nel XIII secolo il castello fosse già eretto. Qui il giudicato di Gallura toccava il confine conteso con quello d'Arborea, ed è per questo che una fortezza di quelle dimensioni sorge in un punto così periferico. Intorno al 1380 passò agli Aragonesi, poi tornò all'isola con Brancaleone Doria, e caduto il giudicato d'Arborea fu elevato a baronia dei Carròs. Si visita a pagamento.

Luogosanto

Nell'entroterra, a nord del Limbara, i ruderi del palazzo giudicale di Baldu e il castello di Balaiana raccontano l'altra metà del regno, quella interna. Sono nel comune di Luogosanto, in un paesaggio di granito e macchia che è lo stesso in cui, mille anni prima, si costruivano le grandi tombe dei giganti della Gallura.


La storia dei quattro regni si chiude con l'Arborea, l'unico che resiste oltre il Duecento e arriva fino al 1420: centoventidue anni in più della Gallura. Per capire da dove venivano tutti e quattro c'è il pezzo sui secoli vandalici e bizantini; per il primo a cadere, quello su Cagliari.

Foto di copertina: Clemensfranz, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

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