A luglio, sull'altopiano della Giara, il posto dove c'era il lago è una crosta di fango screpolato, dura come un piatto di terracotta. Nessuna sorgente, nessun ruscello, nessun emissario: l'acqua se n'è andata in aria. Poi arrivano le piogge d'autunno, e nel giro di qualche settimana la stessa conca torna a essere uno specchio d'acqua di ventitré ettari. Dentro ricompaiono alghe, muschi, girini e due crostacei che hanno la stessa forma da duecento milioni di anni.
Si chiamano paulis — pauli al singolare. Nella legislazione europea hanno un codice tutto loro e accanto un asterisco, lo stesso che l'Unione mette alle cose che rischia di perdere. In sette di queste pozze, larghe come un prato e profonde quanto uno stivale, due botanici hanno contato 213 specie di alghe.
Come nasce una pozza su una colata di lava
La Giara è un tavolato di basalto di 44 chilometri quadrati a 550 metri di quota media, nel cuore dell'isola fra Marmilla e Sarcidano. Sotto c'è la roccia tenera del Miocene, marne depositate quando quella parte di Sardegna stava sotto il mare. Sopra, nel Pliocene, due crateri — Zeppara Manna e Zepparedda — hanno steso le colate di lava che si sono raffreddate in una piastra compatta.
Da lì in poi ha lavorato l'erosione, e ha lavorato in modo diseguale: le marne intorno se ne sono andate valle dopo valle, il basalto no. Il risultato è un altopiano che sta più in alto di tutto quello che lo circonda non perché si sia sollevato, ma perché il resto si è consumato. È la stessa pietra che i costruttori nuragici andavano a prendere quassù per tirare su le torri della pianura sotto, Su Nuraxi compreso.
Quella piastra, però, ha un'altra conseguenza, meno visibile e più importante: è praticamente impermeabile. L'acqua che cade non scende in profondità. Nelle micro-depressioni della superficie si deposita un velo sottile di argilla da alterazione, che chiude anche le ultime fessure, e la pioggia resta lì sopra. Ogni conca diventa un bacino chiuso, un bacino endoreico: niente immissari, niente emissari, nessuna falda che lo alimenti da sotto.
Quante siano lo ha stabilito uno studio che ha incrociato serie storiche di dati meteorologici e immagini satellitari: oltre cento su quei 44 chilometri quadrati, di tutte le misure. Le più grandi hanno un nome che la gente del posto usa da sempre: Pauli Maiori, ventitré ettari in territorio di Tuili, è la più estesa; Pauli Majori de susu, nel settore di Genoni, ne fa una dozzina; Pauli Oromeo, dalla parte di Gesturi, sta sui tre ettari e nel punto più profondo arriva a circa un metro. L'altopiano è diviso fra quattro comuni — Gesturi, Genoni, Tuili, Setzu — e le pozze sono sparse su tutti e quattro.
Il calendario dell'acqua
Il ciclo è semplice da descrivere e spietato per chi ci vive dentro. Le piogge autunnali e invernali riempiono le conche; l'acqua resta fino alla fine della primavera; poi l'estate e l'autunno la portano via per evaporazione e traspirazione. Non c'è un livello minimo garantito da nessuna parte: quello che entra è pioggia, quello che esce è aria.
Le profondità sono modeste. L'ente che si occupa della valorizzazione dell'altopiano indica una media di 30-40 centimetri, con punte massime di 130-150 nelle conche maggiori; i rilievi scientifici pubblicati sul sito parlano di acque fra 30 e 70 centimetri. Mezzo metro d'acqua su una lastra di lava, e sopra ci si specchia il cielo per sei mesi.
La conseguenza la vedi camminando: non tutte le pozze hanno la stessa vita. Il ristagno dura più a lungo nelle pozze più grandi, e quindi il Pauli Maiori tiene l'acqua quando le conche piccole sono già fango. In ecologia il tempo in cui una pozza resta allagata ha un nome, idroperiodo, e funziona da cronometro: decide chi riesce a nascere, crescere e riprodursi prima della secca, e chi resta indietro.
Misurare quel cronometro su un centinaio di bacini è il lavoro che un gruppo dell'Università di Sassari ha impostato nel 2015, mettendo in relazione il bilancio idrico dell'intero altopiano — pioggia in entrata, evaporazione, traspirazione, tracimazione, infiltrazione in uscita — con la presenza e la dimensione delle pozze, lette anno per anno sulle immagini satellitari. È il modo in cui si capisce di quanto una stagione più secca della media sposta l'equilibrio, pozza per pozza.
Duecentotredici alghe in sette pozze
Nel 2013 Silvana Alfinito e Mauro Iberite, della Sapienza, hanno pubblicato il primo censimento della flora algale dei paulis. Sette pozze campionate, 213 taxa di alghe identificati. La parte del leone la fanno le diatomee — le alghe con la parete di silice, quelle che a microscopio sembrano scatole di vetro decorate — con 110 taxa, più della metà del totale. Gli autori definiscono il lavoro preliminare e chiedono che qualcuno continui: quel conto vale come prima sonda in un posto che nessuno aveva mai guardato a quella scala.
Il secondo censimento è arrivato dal basso, letteralmente. Fra l'ottobre 2008 e l'ottobre 2014, con visite ripetute anno dopo anno e mese dopo mese, un gruppo di briologi ha raccolto i muschi e le epatiche dentro e attorno alle pozze della Giara: 56 taxa, cinquanta muschi veri e propri e sei epatiche. Diverse di quelle specie sono considerate rare o minacciate nel bacino del Mediterraneo.
Nello stesso studio c'è un'osservazione che spiega bene come funziona questo ambiente. Gli animali al pascolo camminano nel fango del fondo, lo rimescolano, lo scalzano: il calpestio apre piccole nicchie di suolo nudo, e in quelle nicchie si insediano le epatiche del genere Riccia. Il disturbo, in dose giusta, fa parte dell'habitat.
Poi c'è la vegetazione che si vede a occhio nudo, ed è quella che in primavera porta la gente sull'altopiano: gli specchi d'acqua si coprono di una fioritura bianca e fitta di ranuncoli acquatici. Dura poche settimane, cambia completamente il colore del paesaggio, e finisce quando l'acqua cala.
I due crostacei che aspettano nel fango
Nelle pozze della Giara vivono due crostacei dell'ordine dei Notostraci: Lepidurus apus lubbocki e Triops cancriformis. Il primo è lungo una dozzina di millimetri, ha un carapace a scudo, il corpo allungato sotto e tre occhi, due laterali e uno mediano. Il secondo gli somiglia molto e si distingue dalla forma della parte posteriore del carapace. Sono gli animali che la divulgazione chiama fossili viventi, perché la loro struttura corporea è rimasta sostanzialmente la stessa da duecento milioni di anni.
La domanda ovvia è come facciano a esistere in uno stagno che ogni anno smette di esistere. La risposta sta nelle uova. Depongono uova durature, cisti capaci di restare nel sedimento secco senza acqua e di schiudere quando l'allagamento torna, anche parecchio tempo dopo essere state deposte. Non è un trucco di sopravvivenza occasionale: è il motivo per cui questi animali stanno nelle pozze temporanee e quasi mai nei laghi veri, dove i pesci li mangerebbero.
Nel 2021 una revisione dei grandi branchiopodi della Sardegna ha rimesso in ordine un secolo di segnalazioni: tredici taxa per tutta l'isola, otto Anostraci, due Notostraci e tre Spinicaudati. Per i due Notostraci — cioè esattamente Triops e Lepidurus — gli unici siti sardi con presenza recentemente confermata risultano gli specchi d'acqua della Giara di Gesturi. La formula va presa per quello che dice: non significa che altrove siano estinti, significa che altrove nessuno li ha più ritrovati e verificati. Storicamente il Triops era segnalato anche in risaie e pozze di pianura.
Se quella conferma dovesse restare l'unica, queste conche di fango sarebbero l'ultimo indirizzo certo, in Sardegna, di due animali più antichi dei dinosauri. Insieme ai crostacei, nelle pozze e intorno, ci sono gli anfibi: la raganella sarda e il rospo smeraldino.
Habitat 3170*, l'asterisco dell'Europa
Nella Direttiva Habitat del 1992 gli ambienti meritevoli di tutela hanno un codice. Gli stagni temporanei mediterranei hanno il 3170, e accanto un asterisco: significa habitat prioritario, categoria riservata a ciò che rischia di sparire e per cui l'Unione si assume una responsabilità diretta. La definizione è fatta apposta per posti come questi: vegetazione anfibia di piccola taglia, legata a sistemi di pozze temporanee con acque basse, con il grosso del ciclo concentrato fra fine inverno e primavera.
La Giara è nella rete Natura 2000 dal settembre 1995, con il codice di sito ITB041112. Il perimetro ufficiale comprende anche i versanti e arriva a 6.396 ettari, ben più del tavolato. Dentro quel perimetro, l'habitat 3170* è dichiarato su 81,54 ettari: poco più dell'uno per cento del sito. Tutto quello che si è detto finora — le 213 alghe, i 56 muschi, i due Notostraci — sta in quella frazione di superficie.
Proteggerla non è ovvio, perché il nemico non è uno solo. La scheda italiana dell'habitat elenca fra le pressioni il pascolo intensivo e, poche righe sotto, l'abbandono del pascolo. Sono due facce dello stesso problema: troppi animali compattano ed eutrofizzano il fondo, nessun animale e la conca si chiude di vegetazione fino a smettere di essere una pozza. L'equilibrio che tiene in vita questo habitat è lo stesso che il Mediterraneo ha costruito in secoli di pastorizia — un equilibrio che, quando salta, salta in fretta, come si è visto sul Montiferru dopo il rogo del 2021.
L'altra pressione non si vede in una stagione sola. Se le piogge si concentrano in meno giorni e le estati si allungano, l'idroperiodo si accorcia, e prima o poi scende sotto il tempo che serve a una pianta per fare i semi o a un crostaceo per deporre le uova. Dove stia quella soglia, per ciascuna specie, nessuno lo sa ancora, ed è la domanda aperta più seria su questo ambiente.
L'unica acqua dell'altopiano
Sulla Giara non ci sono fiumi. Per i cavallini che vivono lassù — una popolazione stimata fra i 450 e i 600 capi, seguita dall'agenzia regionale AGRIS fin dagli anni Settanta — i paulis sono l'unica acqua di superficie disponibile. Finché le conche tengono, bevono lì; quando le conche vanno a zero, resta quello che arriva dagli abbeveratoi.
Quanto sia sottile il margine si è visto il 19 giugno 2015. Un guasto all'acquedotto, iniziato il 10 giugno, aveva lasciato a secco l'abbeveratoio principale in località Casa Lavra, nel settore di Genoni. Il servizio territoriale di Oristano dell'Ente Foreste, dentro il sistema regionale di Protezione civile, ha mandato un'autobotte IVECO 8017 e ha portato 2.500 litri in tre viaggi per riempirlo. Un camion, tre andate e ritorno, e la giornata era salva.
Vale la pena sgonfiare un luogo comune, già che siamo in argomento. I cavallini della Giara vengono spesso presentati come gli ultimi cavalli selvaggi d'Europa, discendenti diretti di animali dell'età nuragica. L'origine della popolazione è incerta — si va dall'ipotesi preistorica all'introduzione fenicia o greca — ma su una cosa le fonti locali sono chiare: fino all'Ottocento questi cavalli stavano anche in altre zone dell'isola, erano di proprietà di famiglie del posto, venivano marchiati e servivano per la trebbiatura. Si tratta di una popolazione inselvatichita e seguita da decenni dai veterinari. Resta comunque una storia che vale, fatta di uomini, animali e di una pozza d'acqua piovana che decide quanti capi l'altopiano può mantenere.
Quando l'acqua c'è: cosa si vede davvero
Il periodo giusto è la primavera, e il motivo è tutto nelle pagine precedenti: è la finestra in cui le conche sono piene e la vita sopra e dentro l'acqua è al massimo. La fioritura bianca dei ranuncoli sul Pauli Maiori dura poche settimane e cambia la faccia all'altopiano; nelle conche minori, dove l'acqua è più bassa, il verde del fondo si vede attraverso la superficie.
Sul posto conviene guardare tre cose. La prima è il bordo: la fascia di pochi metri fra l'acqua e il pascolo asciutto, dove la vegetazione cambia a ogni passo perché cambia il tempo di allagamento. La seconda è il fondo rimescolato dagli zoccoli, con le sue chiazze di suolo nudo colonizzate dai muschi. La terza, se si ha pazienza e la luce aiuta, è l'acqua bassa vicino alla riva: i Notostraci si muovono a scatti, scavando nel sedimento con il carapace in avanti, e quando ci sono si vedono a occhio nudo.
Due avvertenze pratiche. Camminare dentro la pozza fa esattamente il danno descritto sopra, e con molta più efficienza di un cavallo. E il tavolato è un sito della rete Natura 2000, quindi quello che si porta su si riporta giù: in un bacino senza emissari, qualunque cosa finisca nell'acqua ci resta fino a quando l'acqua evapora.
Foto di copertina: Filippo Aroffo, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons



